Torino è storicamente la città dei “santi sociali”, figure come Giovanni Bosco, Giuseppe Benedetto Cottolengo e tanti altri. Cosa significa essere sindaco dentro questa tradizione storica così unica?
«Torino porta dentro di sé una storia straordinaria di attenzione verso gli ultimi, costruita da figure che hanno lasciato un’impronta profonda non solo nella nostra città, ma nella cultura sociale europea, persone che hanno trasformato la fede in azione concreta, facendo della solidarietà un tratto identitario di Torino. Accanto a questa tradizione, Torino ha saputo sviluppare nel tempo anche una forte cultura civica e laica dell’inclusione sociale, fatta di amministrazioni pubbliche, associazionismo, cooperazione e servizi di prossimità. Essere sindaco di questa città significa sentire forte la responsabilità, ma anche l’orgoglio di questa eredità. Ogni volta che entro in luoghi simbolici come il Cottolengo o Valdocco, percepisco una forza operosa, un’idea di comunità che mette al centro la dignità della persona e l’attenzione verso chi è più fragile. Credo che il compito delle istituzioni oggi sia proprio quello di raccogliere quel patrimonio morale e tradurlo in politiche moderne, inclusive e vicine alle persone».

Oggi, in un contesto urbano molto diversificato e complesso, cosa significa parlare di una “Torino sociale”, e come si traduce questa visione nelle scelte politiche quotidiane del Comune?
«Significa parlare anzitutto di una città che prova a non lasciare indietro nessuno, pur dentro trasformazioni economiche, sociali, demografiche molto profonde. La Torino dei santi sociali nacque in un momento complesso, segnato da povertà, migrazioni interne e grandi cambiamenti industriali. Oggi le fragilità sono diverse, ma altrettanto complesse: precarietà lavorativa, disagio abitativo, solitudine, fragilità psicologiche, difficoltà che colpiscono sempre più giovani e anziani. Per questo le politiche sociali non possono essere considerate un comparto separato: devono attraversare tutte le scelte amministrative, dall’urbanistica alla cultura, fino alle politiche per la casa, la formazione, il lavoro».
Qual è dunque la sua idea di Torino sociale?
«È una città di prossimità, capace di rafforzare i servizi nei quartieri e costruire comunità. Una città che investe sull’educazione, sulla formazione professionale, sulle opportunità per i più giovani. Don Bosco aveva capito che offrire ai ragazzi strumenti concreti significava dare loro dignità e futuro. Oggi quella intuizione resta attualissima. Una città moderna non si misura soltanto dalle grandi opere o dagli eventi che organizza, ma dalla qualità della vita che riesce a garantire alle persone più fragili».

Quali sono le misure più concrete che il Comune ha messo in campo per rispondere alle esigenze più attuali?
«Negli ultimi anni abbiamo cercato di intervenire con misure molto concrete, lavorando sia sull’emergenza che sulla prevenzione. Penso al rafforzamento dei servizi sociali territoriali, agli interventi contro la povertà alimentare ed energetica, al sostegno alle famiglie in difficoltà e ai progetti di inclusione lavorativa. Abbiamo investito anche sul tema dell’abitare, perché la fragilità abitativa è spesso il primo segnale di esclusione sociale. Parallelamente abbiamo ampliato le reti dedicate agli anziani soli, con servizi di prossimità, assistenza domiciliare e iniziative contro l’isolamento. Penso anche all’esperienza degli Asili Notturni e ad altre realtà cittadine che rappresentano una tradizione laica di accoglienza e sostegno alle persone fragili molto radicata a Torino. Per i giovani abbiamo lavorato per creare opportunità attraverso spazi di aggregazione, progetti culturali, sportivi e percorsi di formazione. Torino ha una grande tradizione educativa e formativa, penso anche al modello salesiano, che continua a rappresentare un punto di riferimento importante nel rapporto tra istruzione, lavoro e inclusione sociale. Oggi una delle sfide più importanti è restituire fiducia alle nuove generazioni, creando condizioni perché possano costruire qui il proprio futuro con dignità e prospettiva».
C’è un tema che i torinesi vivono in modo particolare: i senza fissa dimora.
«È un argomento che va affrontato con grande equilibrio, senza semplificazioni. Dietro ogni persona che vive in strada c’è quasi sempre una storia complessa fatta di povertà, dipendenze, disagio psicologico, solitudine. Credo che una città civile abbia il dovere di non voltarsi dall’altra parte e di costruire percorsi concreti di aiuto e reinserimento. Una risposta efficace richiede politiche serie e continuative, capaci di tenere insieme accoglienza, presa in carico sociale, tutela delle persone più fragili e attenzione alla qualità della vita nei quartieri e alla vivibilità degli spazi pubblici. È una sfida complessa che riguarda insieme coesione sociale, salute, sicurezza sociale e convivenza urbana».

Cosa sta facendo il Comune in tal senso?
«Come amministrazione continuiamo a investire per sostenere queste persone, mettendo a disposizione oltre mille posti di accoglienza tra servizi a bassa soglia, come il centro di via Traves o il Buon Pastore, e percorsi personalizzati orientati al reinserimento sociale di singole persone e nuclei familiari, attraverso soluzioni di housing sociale e accompagnamento dedicato. L’attenzione deve restare alta verso le situazioni più critiche, che molto spesso intrecciano disagio sociale, dipendenze, fragilità psichiche e problemi sanitari complessi. In molti casi si tratta di fragilità che nascono prima di tutto come emergenze sanitarie e che poi diventano anche emergenze sociali, ed è per questo che servono percorsi integrati tra servizi sociali, sistema sanitario, terzo settore e istituzioni. Il Comune fa la sua parte, attraverso i servizi sociali e la polizia locale, insieme alle associazioni, agli enti del terzo settore e ai servizi sanitari per rafforzare l’accoglienza e i percorsi di reinserimento sociale. Ma è evidente che solo una collaborazione strutturata con la Regione e con il sistema sanitario può rendere davvero efficaci gli interventi di presa in carico e reinserimento. Sappiamo anche che negli ultimi anni, soprattutto dopo il Covid, sono cresciute in modo significativo le fragilità legate alla salute mentale, alle patologie psichiatriche e alle dipendenze da sostanze, e questo rende ancora più necessario rafforzare la rete dei servizi territoriali e sanitari. Torino, anche su questo, prova a tenere insieme umanità e responsabilità, nel solco di quella cultura della solidarietà che fa parte della sua identità più profonda».

La candidatura del cosiddetto “Chilometro quadrato della carità” a patrimonio UNESCO rappresenta un riconoscimento importante per la storia sociale di Torino. Questo percorso può tradursi concretamente in nuove politiche sociali, investimenti e progettualità?
«È questo certamente un riconoscimento simbolico molto importante, perché racconta al mondo una parte essenziale dell’identità di Torino. Qui, in pochi isolati, si è sviluppata un’esperienza unica di solidarietà, educazione e assistenza che ha avuto un impatto enorme non solo sulla nostra città, ma su tutta la società italiana. Ma credo che il valore vero di questo percorso stia nella possibilità di trasformare quella memoria in una leva per il presente e per il futuro. Può diventare un’occasione concreta per valorizzare il patrimonio culturale e sociale della città, attrarre progettualità, investimenti e iniziative educative rivolte soprattutto ai giovani. Può anche rafforzare il legame tra istituzioni, università, enti religiosi e laici, fondazioni e terzo settore, costruendo nuove reti sociali e culturali. Torino ha sempre saputo coniugare innovazione e solidarietà. Questa candidatura può aiutarci a ribadire proprio questo messaggio: una città cresce davvero quando lo sviluppo economico cammina insieme alla cura della comunità».

Quanto è centrale oggi il ruolo del terzo settore nella costruzione della Torino del futuro?
«Il terzo settore è assolutamente centrale, nessuna amministrazione può affrontare da sola la complessità delle fragilità contemporanee. Torino ha una tradizione straordinaria di associazionismo, cooperazione sociale e volontariato che rappresenta una delle sue grandi ricchezze civiche. Oggi il ruolo del terzo settore non è soltanto quello di affiancare il pubblico nei servizi, ma anche quello di contribuire alla progettazione delle politiche sociali, educative e culturali in uno stimolante sistema di azione sociale. Le esperienze migliori nascono proprio quando istituzioni e società civile lavorano insieme in modo stabile. Guardiamo sempre con interesse anche a diverse esperienze europee, penso ad alcuni modelli di welfare di prossimità sviluppati nel Nord Europa o ai progetti di rigenerazione urbana partecipata di tante città europee. Credo però anche che Torino, con la sua storia sociale e la qualità della sua rete civica, possa rappresentare un punto di riferimento importante. La nostra città ha sviluppato nel tempo una cultura della solidarietà e della collaborazione tra istituzioni e società civile che ancora oggi può offrire esperienze utili anche ad altre realtà italiane ed europee».
(foto MARCO CARULLI)
