La Fondazione europea per la formazione (ETF) è l’agenzia dell’Unione Europea che aiuta i Paesi terzi ad affrontare le trasformazioni del mercato del lavoro e le sfide sociali contemporanee. Abbiamo parlato di questi temi con la direttrice Pilvi Torsti.
La vostra missione è sostenere lo sviluppo del capitale umano attraverso istruzione e lavoro: in che modo l’istruzione può ridurre le disuguaglianze sociali?
«Credo che l’istruzione sia la leva più potente per migliorare il mondo. Malcolm X diceva che “l’educazione è il passaporto per il futuro” e io condivido pienamente questa idea. Due aspetti sono fondamentali: la mobilità sociale, resa possibile dall’accesso all’istruzione, e il lifelong learning, cioè la formazione continua durante tutta la vita. Oggi non possiamo più pensare che la formazione riguardi solo i giovani: anche gli adulti devono avere la possibilità di aggiornare le competenze ed essere attivi nel mercato del lavoro. A proposito di lavoratori adulti, un ulteriore tema centrale è il riconoscimento delle competenze acquisite fuori dai percorsi tradizionali. Pensiamo ai migranti che arrivano in Europa con esperienze e titoli spesso non riconosciuti. Come ETF lavoriamo, ad esempio, per lo sviluppo di percorsi flessibili e la diffusione di micro-credenziali per valorizzare competenze già esistenti. Si tratta di un approccio win-win che conviene a tutti: all’Europa e ai paesi limitrofi».
L’ETF opera in Paesi molto diversi tra loro: come si costruiscono politiche educative efficaci che rispettino i contesti locali?
«Il nostro lavoro parte sempre dall’analisi dei fabbisogni. Monitoriamo la situazione nei diversi Paesi, confrontiamo dati ed esperienze, individuiamo le priorità e da lì sviluppiamo progetti mirati. Ogni contesto ha esigenze differenti: in alcuni Paesi è necessario sostenere soprattutto i giovani nel loro percorso di studi, in altri invece bisogna concentrarsi sugli adulti che necessitano di una riqualificazione professionale. Per questo il nostro approccio è completamente personalizzato. ETF è un’istituzione dell’Unione Europea che sostiene lo sviluppo di soluzioni educative costruite per la realtà locale. In questo modo si avvia una catena sostenibile a cui gli stakeholders possano essere interessati a contribuire».
In un contesto globale segnato dalla transizione ecologica, quali competenze ritiene fondamentali formare oggi per rendere i sistemi educativi davvero sostenibili?
«La transizione green è un’opportunità, ma soprattutto una necessità. Bisogna lavorare sulla consapevolezza ambientale fin da piccoli, continuando poi con competenze pratiche e professionali sempre più specializzate. È una sfida trasversale che richiede collaborazione tra scuola, istituzioni e imprese. Perché senza investimenti nell’aggiornamento delle competenze non può esserci una vera transizione ecologica».
Qual è oggi la sfida più urgente per i giovani nei Paesi in cui operate, e come i sistemi di formazione possono accompagnarli verso un lavoro dignitoso e sostenibile?
«La transizione tra scuola e lavoro. Noi osserviamo soprattutto cosa succede nei primi tre mesi dopo la fine degli studi: se un giovane resta fuori dal mercato del lavoro troppo a lungo, l’inserimento diventa più difficile. Per questo servono orientamento, formazione pratica e collegamenti concreti con il mondo del lavoro. È un tema centrale soprattutto nei Balcani e in Ucraina. L’istruzione deve essere affrontata a 360 gradi, in quanto strumento reale di inclusione sociale e crescita sostenibile».
(foto ETF)
