Fabrizio Gisonni è l’alfiere della Macelleria e Gastronomia Sandra & Fabrizio Gisonni, in via Monte Rosa 69, piena Barriera di Milano. Parliamo di una delle macellerie più belle, proficue e movimentate della città. Quindici metri di bancone, un’app per la consegna a domicilio abbastanza inedita… Mezza città ordina la carne qui, soprattutto dalla collina, ma in verità un po’ da ovunque. Abbiamo voluto intervistare Fabrizio perché in un numero dedicato alla Torino Sociale abbiamo la responsabilità di pensare che le storie di virtù e speranza abitino realmente ogni latitudine della città. I tanti progetti culturali che negli ultimi anni stanno animando Barriera di Milano si contrappongono a una narrazione mediatica del quartiere apparentemente senza speranza; così come questa macelleria dimostra ogni giorno le potenzialità (anche economiche) di una parte di Torino viva che ha però bisogno di energie, progetti e prospettive diverse.
Una delle macellerie più belle e performanti della città si trova in Barriera di Milano: è un controsenso?
«No, anzi, per me è un valore aggiunto. È un onore aver riabilitato il mio piccolo pezzo di mondo e di Barriera, peraltro tutto da solo. Più che la percezione di un controsenso, c’è il dispiacere di come reagiscono alcuni quando scoprono che siamo in via Monte Rosa…».
Quindi, se non si tratta di un ossimoro, perché spesso pensiamo lo sia?
«Perché Barriera ha tanti difetti, ovviamente diverse problematiche (come spesso accade per le zone periferiche), ma ha subito negli anni uno screditamento generale incredibile. Sembra che qui non si possa costruire niente di positivo, ma noi siamo la dimostrazione che non è così».
Cooker Girl ha aperto qua dietro, in via Valprato, il suo Cooker Loft, quindi è vero: si può credere nelle storie di valore in Barriera…
«Non mi stancherò mai di dirlo: con idee e determinazione è sicuramente possibile dare belle storie anche a questa parte di città. D’altronde ce ne sono già diverse. Io sogno che questa parte di Barriera diventi un polo gastronomico tra noi, il mercato… sarebbe bellissimo e utile a tutti. Diversi imprenditori stanno investendo sull’area, ma serve un vero lavoro di squadra, specialmente a livello istituzionale, per disegnare un progetto di quartiere realmente efficacie».
Quanto contano i media nell’alimentare questo screditamento?
«Fanno il 90% probabilmente. Penso sia importantissimo raccontare le cose negative, ma bisognerebbe farlo con equilibrio, e soprattutto ogni tanto parlare anche delle storie positive. Se no il rischio è quello di escludere ogni speranza…».
Pensare a una Torino Sociale significa credere che ogni parte della città abbia pari potenzialità?
«Non proprio. Penso significhi credere che ogni parte della città ha le sue caratteristiche e deve essere quindi valorizzata in base alla propria identità, senza lasciare indietro parti di Torino che tanto prima o poi presenteranno il conto…».
Cosa diresti a un ragazzo che apre oggi un’attività in una zona come questa?
«Gli direi che per iniziare deve avere un progetto serio, idee chiare e un’identità forte da portare avanti senza (o quasi) compromessi. Che non deve solo adeguarsi al territorio, ma plasmarlo attorno ai propri obiettivi. Gli direi che non può piacere a tutti, ma deve scegliere chi vuole raggiungere. E che se punta alla qualità, lo deve fare con determinazione».
(foto FEDERICA BAVA)
