Nel pomeriggio del 9 giugno, la Sala Giovanni Agnelli dell’Unione Industriali ha ospitato l’evento Torino Globale. Non un convegno tradizionale, ma una conversazione aperta in cui i contributi dei relatori — figure del mondo istituzionale, economico, diplomatico e delle relazioni internazionali — hanno permesso di generare una riflessione concreta su Torino, sulle sue trasformazioni, sulle sue contraddizioni e sulle opportunità che possono segnarne i prossimi anni.
Dopo il saluto istituzionale dei padroni di casa, portato dalla vicepresidente Giorgia Garola, il moderatore dell’evento, Anass Hanafi, ha dato anzitutto la parola al notaio Andrea Ganelli, ideatore e promotore dell’incontro, che ha spiegato la genesi e le motivazioni dell’iniziativa.
Ganelli ha aperto il suo intervento ringraziando il pubblico per la partecipazione numerosa e trasversale. Da qui ha chiarito il senso del titolo Torino Globale, collegandolo alla necessità di interrogarsi sul momento che la città sta vivendo. Negli ultimi decenni Torino ha attraversato una fase di profondo cambiamento: prima il superamento della città esclusivamente industriale, poi le Olimpiadi e una stagione di grandi successi e trasformazioni urbane. Oggi, però, quella spinta sembra essersi in parte esaurita, lasciando spazio a «un periodo di spaesamento e di crisi di identità, in cui molti torinesi si sono seduti a bordo campo, affidando ad altri la responsabilità di decidere il futuro collettivo».

Per Ganelli, invece, il tempo dell’attesa è finito e serve una nuova presa di consapevolezza da parte della città e dei suoi abitanti: «Io non ci sto. E se siamo qui, siamo qui perché spero che questo “non ci sto” possa diventare un “noi non ci stiamo”». Il nodo centrale, nel suo ragionamento, è il lavoro. Torino non può limitarsi a essere più bella, più attrattiva o più vivibile per chi già la abita, deve tornare a offrire prospettive concrete, soprattutto ai giovani e alle fasce sociali più fragili. «Non dobbiamo limitarci solo all’estetica, ma lavorare insieme per produrre una proposta», ha sottolineato. In questa prospettiva, Ganelli ha riconosciuto il valore delle imprese a impatto sociale, dell’aerospazio, delle istituzioni accademiche e del turismo, ma ha avvertito che tutto questo non può bastare. Torino deve tornare a interrogarsi sulla propria vocazione produttiva e manifatturiera, senza nostalgia ma anche senza rimozioni.
Torino Globale nasce dunque come spazio aperto di confronto, non come iniziativa elettorale né come progetto personale, ma come tentativo di restituire qualcosa alla città. Ganelli lo ha definito “un regalo” a Torino, per contraccambiare quanto la città gli ha dato nei ventisette anni in cui vi ha vissuto e lavorato. «La sfida – ha concluso – è costruire un luogo capace di mettere in relazione le dinamiche globali con le prospettive del territorio, perché non si può immaginare il futuro di Torino senza capire dove stia andando il mondo».
La parola è poi passata ai relatori dell’evento: Giampiero Massolo, diplomatico, presidente di Fincantieri NexTech e vicepresidente di Mundys; Anna Maria Poggi, presidente della Fondazione CRT; Gianni Vernetti, editorialista e già sottosegretario agli Affari Esteri; Linda Villano, presidente e co-founder di AIDA e tra le 100 Forbes Women 2025; e lo stesso Andrea Ganelli.
Due giri di interventi, più una riflessione finale, hanno toccato diversi argomenti, a partire dai settori di appartenenza e dalle competenze di ciascuno.

Giampiero Massolo ha allargato lo sguardo al quadro internazionale, descrivendo un mondo entrato in una fase di profondo “disallineamento”: l’ordine globale liberale, costruito sul primato dell’Occidente, sulla globalizzazione e su regole condivise, appare ormai superato. Al suo posto emerge uno scenario più frammentato, segnato dalla competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia e dalla logica del my country first. Una condizione che prelude a una lunga stagione di instabilità, contrapposizione e crisi diffuse. Dentro questo contesto, Torino può però cercare un proprio spazio se saprà rafforzare ciò che già possiede: cultura, qualità della vita, manifattura, innovazione, attrattività turistica e apertura internazionale, superando la tentazione di contemplare il proprio passato più che costruire il futuro.
Anna Maria Poggi ha riportato il tema globale dentro il ruolo concreto che le fondazioni possono avere nel creare condizioni di sviluppo. In un tempo segnato da instabilità e paure diffuse, soprattutto tra i giovani, il compito non è sostituirsi alla politica, ma sostenere istruzione, formazione, ricerca, lavoro, cultura e reti territoriali. Torino, secondo la presidente della Fondazione CRT, deve valorizzare le proprie vocazioni senza pretendere di fare tutto: un sistema universitario in crescita, le eccellenze del Politecnico e dell’Università, le sinergie sull’intelligenza artificiale intorno alle OGR, il patrimonio culturale, il Museo Egizio e una forte infrastruttura sociale. Asset che possono rendere la città competitiva, a patto di riconoscere con lucidità sia i punti di forza sia le fragilità.
Gianni Vernetti ha insistito sulla necessità che Torino impari a muoversi con maggiore decisione dentro un mondo diviso tra democrazie e regimi autoritari, nel quale i territori competono per attrarre investimenti, relazioni e capitale umano. Da qui alcune possibili direttrici internazionali: Giappone, India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Taiwan, Paesi con cui costruire rapporti strategici nei settori della manifattura avanzata, della tecnologia, della difesa, dell’innovazione e dei semiconduttori. Per farlo, però, serve anche una forte concordia istituzionale, insieme a condizioni concrete di attrattività: scuole internazionali, servizi per le famiglie, procedure più semplici per i lavoratori qualificati extraeuropei e una connettività più efficace, senza vivere Milano come un limite ma come parte di una strategia più ampia.

Linda Villano ha portato la voce di una generazione che ha scelto di restare a Torino e di confrontarsi con uno dei suoi simboli più forti: l’automotive. Dopo una formazione nel design, ha raccontato la nascita di AIDA, l’Associazione Italiana Donne nell’Automotive, fondata per trasformare la parità di genere da semplice tema sociale a vero asset strategico per le imprese. Ascolto, role model, formazione, comunicazione e misurazione diventano così strumenti per avvicinare ragazze e bambine alle discipline STEM e rendere il settore più aperto e rappresentativo. Ma Villano ha anche invitato Torino a non vivere il proprio passato automobilistico con malinconia: guardare indietro può servire a progettare il futuro, purché la città smetta di osservarsi solo dallo “specchietto retrovisore di un’automobile”.
A chiudere il confronto, uno sguardo al futuro: come immaginare Torino nel 2040? Le risposte dei relatori hanno composto una visione plurale ma coerente. Per Massolo, la città dovrà essere più connessa, capace di attrarre e far tornare persone, competenze e investimenti. Poggi ha insistito sulla necessità di una Torino che “ci crede”, in cui ciascun attore — istituzioni, fondazioni, imprese, università, terzo settore — faccia la propria parte nel rispetto del proprio ruolo. Vernetti ha riportato il tema sul lavoro e sui giovani: il 2040 dovrà essere l’orizzonte di una città capace di creare le condizioni perché chi si forma qui possa anche tornare a lavorare qui. Villano, infine, ha immaginato una Torino più accessibile, aperta a tutte le opportunità e capace di non escludere nessuno, a partire dalla componente femminile.
A tirare le fila dell’intero incontro è stato Ganelli, che, nel leggere anche il messaggio di buon lavoro del sindaco Lo Russo, ha ribadito il senso politico, nel significato più ampio e civile del termine, dell’iniziativa. «Resto convinto che la politica resti centrale e che l’impegno di crederci e provarci sia un’attività politica», ha osservato, richiamando la necessità di trasformare la riflessione in responsabilità condivisa. Da qui l’appello conclusivo a lavorare insieme, non solo sugli obiettivi ma anche sui modi concreti per raggiungerli. «La mia sfida è gettare un sasso nello stagno, nella speranza che qualcuno abbia voglia di seguire l’onda e magari dettare anche un la linea su cui, insieme, offrire un’opportunità alla nostra città».
(foto MARCO CARULLI)
