La vicenda dei Santi Sociali sfata una certa impostazione agiografica e devozionistica secondo la quale santi si nasce e non si diventa, c’è sempre stato (o quasi) un evento a cambiare la loro vita. L’Opera Pia di Barolo di solidarietà e carità nasce 200 anni fa per realizzare l’essenza concentrata del cristianesimo cattolico col sostegno a situazioni di necessità, creando un legame tra assistenza, educazione e cultura.
Nel 1793 la Vandea, zona della Francia nord occidentale, fu teatro di una lotta feroce e sanguinosa tra i vandeani difensori della Corona e della Chiesa, contro la Repubblica rivoluzionaria francese. A Maulévrier, piccola città della Vandea, nasce nel 1785 Juliette Colbert. La famiglia appartiene alla nobiltà da parecchio tempo, discende addirittura da quel Jean-Baptiste Colbert, il celebre ministro delle finanze di Luigi XIV. Fin da subito a Juliette viene instillato l’amore per la religione cattolica. Un amore che la accompagnerà sempre, anche durante la difficile fuga dalla Francia, causa Rivoluzione francese: i Colbert torneranno solamente con l’ascesa al potere di Napoleone nel 1802 che restituirà ai nobili i diritti perduti.

I Colbert, dunque, saranno presenti a corte, così come i Falletti Marchesi di Barolo.
«Fa caldo, una bella ragazza passeggia nel giardino delle Tuileries, in cerca di brezza, due occhi neri e un decolleté malizioso, è Juliette Colbert, damigella dell’imperatrice. Un giovane avvolto nei suoi pensieri la incrocia, è Tancredi, paggio imperiale, si guardano, si incendiano, si amano e si sposano».
Da Parigi a Torino, da Palazzo di corte a Palazzo Barolo, uno dei più eleganti palazzi della città a fine Seicento. Lei cattolica, intelligente, colta e ricca, di carattere vulcanico e ostinato; lui ultimo discendente di una nobile e ricca famiglia piemontese, vasta cultura e profonda fede religiosa, carattere calmo e riflessivo.
Gli sposi, la cui unione non conobbe mai incertezze, non potendo avere figli, offriranno la loro vita e ingenti ricchezze a opere di carità. Lei smette gli abiti di velluto e visita le zone più povere della città, dando conforto e aiuto materiale a chi vive in condizioni disumane, entra nelle carceri portando pane, coperte e un minimo di istruzione. Crea istituti religiosi per la redenzione delle donne, e con visione moderna promuove aiuti al rientro in società di chi ha scontato la pena.
Un piano di Palazzo Barolo è adibito ad asilo infantile, a mezzogiorno si distribuiscono pasti ai poveri. Di frequente a sera Juliette sale di sopra, cambia abito e partecipa col suo spirito affascinante, spesso pronto all’ironia, alle conversazioni su politica, arte, letteratura con gli uomini illustri che frequentano le splendide sale di Palazzo Barolo: Cesare Balbo, Pietro di Santarosa, Giovanni Lanza, Federico Sclopis, il conte Solaro della Margherita.
Cavour, in gioventù, di ritorno dai viaggi, non dimentica mai di passare a salutare l’amica Juliette, “le petite terrible Camille”, come lei lo chiamava, e quando Cavour preconizza l’avvento di un’Italia laica e repubblicana attraverso i moti rivoluzionari, Giulia, che sa quale disordine i tumulti hanno recato alla sua famiglia, paladina della chiesa cattolica e del potere costituito, caparbia come la terra da cui proviene, risponde ferma all’amico: «Pour moi, je suis nèe vendéenne, et je mourrai vendéenne».
Palazzo Barolo epicentro di un’area che pare toccata dalla benedizione divina, in questa Torino terra di demoni e santi: c’è voluta un bel po’ di follia, sia pure santa, ad avviare imprese temerarie per trasformarla, dove un tempo non esistevano che orti, prati e biallere che correvano allo scoperto, dove si viveva in condizioni indegne per l’uomo, in un paesaggio che ora possiamo ammirare. A realizzarlo sono stati un gruppo di uomini, Santi Sociali, che ora fanno da corollario al nostro arcivescovo Repole, perché possa realizzare il suo sogno, ché quest’area, chiusa in un grande abbraccio di un chilometro quadrato, sia ricordata per sempre come zona in cui sia possibile coltivare la cultura di vedere l’altro come immagine di Dio.

Incredibile, un po’ tutto in realtà, ma specialmente il fatto che sia successo tutto qui, a Torino, in uno spazio relativamente ristretto. Le storie che hanno contribuito alla formazione di questo “Chilometro quadrato della carità” possono anche provenire da un po’ più distante, ma in qualche maniera sono giunte all’interno di questo rettangolo santo. Juliette Colbert, poi Giulia di Barolo, arrivava da una Vandea a cui era stata strappata e che non aveva mai dimenticato; così come don Giovanni Bosco proveniva in realtà dal Monferrato, zona povera, di santi e bevitori, dove l’aria profuma di Freisa e Barbera. Aiutato economicamente da Juliette Colbert, don Bosco acquistò un terreno in zona Valdocco tra corso Regina, via Salerno, via Sassari e via Cigna. Nacque qui la sua casa, con l’idea precisa di dare un tetto a quei giovani figli della miseria e della delinquenza. L’Oratorio Scuola di vita per la vita, come scriveva l’amico Gabriele Romano.
Oggi, in un momento storico di migrazioni di popoli, nuove povertà (anche emotive e relazionali), cambiamenti che spiazzano e lasciano soli, l’eredità di Don Bosco, Giulia di Barolo, Giuseppe Cottolengo e di tutte le altre figure illuminate di questo spirito sociale e torinese, possono essere non solo un’ispirazione, ma la dimostrazione che per fare servono idee, volontà e un po’ di sano amore per il prossimo.
Un patrimonio da non lasciare indietro, ma anzi da valorizzare, come fatto recentemente con la statua dedicata proprio a Giulia di Barolo: una scultura in bronzo di oltre due metri, appoggiata alla facciata di Palazzo Barolo, primo monumento pubblico dedicato a una donna. Giulia non è sola, ma abbraccia una donna, una carcerata che cerca in lei conforto. Cosicché, anche in questa insolita statua, riecheggia l’eredità dolce di Juliette Colbert.

«Mi piace pensare che questa statua (Giulia di Barolo, ndr) sia un faro posto in una piccola cittadella – ha sottolineato l’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole – Un chilometro quadrato che è una città nella città, un’area di una grandezza spettacolare per le vicende di Torino, italiane e dell’umanità.
Qui abbiamo Palazzo Barolo, poco distante la Consolata, il Valdocco di Don Bosco, il Cottolengo e il Distretto Sociale Barolo, e poi ancora il Sermig. Tutti più o meno in un chilometro quadrato.
Allora, ho fatto un sogno. Da arcivescovo ho sognato di rendere questa “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità. Perché? Perché viviamo tempi in cui tutto diventa patrimonio dell’umanità, ma il pericolo è che si stia perdendo l’umanità.
Penso che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa. La vicenda di questo chilometro quadrato ci dice appunto che è possibile rimanere umani e rimanerlo insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi. È un sogno che lancio qui perché mi sembra il luogo giusto, chissà se potrà avverarsi. In ogni caso… non è brutto sognare».
