La città cambia e deve cambiare. Dopo trent’anni, a inizio 2026, è stato presentato il nuovo Piano Regolatore Generale di Torino (ve lo racconteremo più avanti nel numero): un progetto, anzi un’indicazione, che dovrebbe dettare la linea dell’evoluzione della città verso il futuro. Dentro il PRG sono elencati tutti i grandi lavori che Torino sta mettendo in campo per rigenerarsi, dando un senso nuovo al proprio DNA industriale che in buona parte ha dovuto abbandonare. L’eredità della storia sono spazi (spesso giganteschi) da analizzare e ripensare, disegnandoli con coerenza rispetto alla visione della Torino che ci auguriamo. Luoghi dunque con cui dialogare, luoghi che sono sfide e tappe di un percorso che coinvolge tutti, dalle Istituzioni alle imprese, fino a ogni singolo cittadino.

In questo scenario, servono storie che fanno ben sperare, volti simbolo di energie nuove, facce che già naturalmente parlano al mondo. Per questo, in copertina abbiamo messo Aurora Cavallo, per tutti Cooker Girl, classe 2001, food content creator più importante d’Italia, giovane imprenditrice, di Saluzzo ma con il cuore a Torino… Una dei grandi protagonisti della comunicazione italiana contemporanea: oltre tre milioni di follower sui social, volto del food italiano alla presentazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, scelta continuamente dai più rilevanti brand italiani gastronomici e non solo. Insomma, una bella storia, giovane e di successo, che si è recentemente aggiornata (a fine aprile 2026) con un nuovo importante capitolo: Cooker Loft. La nuova invenzione di Aurora & Co., un luogo per incontrare la propria community, un’operazione di rigenerazione urbana in piena Barriera di Milano, un megafono che da Torino parla al mondo, un’altra evoluzione pionieristica per un intero settore.

Aurora ci ha raccontato il Loft, il senso di Barriera, il valore della gentilezza, la sua idea di etica del lavoro e i piani per il futuro (o quasi).
L’ultima volta che ci siamo visti parlavamo dell’importanza degli strumenti e delle occasioni da non farsi sfuggire: Cooker Loft è entrambi?
«Sicuramente è uno strumento, o meglio una tappa di un percorso che volevo fortemente e che non so esattamente dove mi porterà. È anche un’opportunità (e una responsabilità), ma io lo vivo principalmente come un sogno personale finalmente realizzato».
Qual è la vocazione del Loft?
«Anzitutto, un posto in cui finalmente posso incontrare, un po’ alla volta, la mia community. E poi è diventato anche lo studio per le mie produzioni, la location degli eventi che volevo… Insomma, è il laboratorio delle mie evoluzioni e dei progetti che ho in mente di portare avanti».

Dopo tante attività soprattutto “digitali” avevi anche voglia di tornare “in presenza”?
«Tanti creator oggi lo stanno facendo, penso sia un’esigenza, di “mercato”, ma anche umana. E poi c’è il fattore età: a un certo punto uno cresce e sviluppa forse altre prospettive…».
Tipo un Cooker Loft in cui fare tante cose?
«Tipo, sì. Cooker Loft non è un progetto facile da inquadrare, è un po’ un unicum credo… Speriamo non perché sia una brutta idea (ride, ndr), ma perché qualcosa di nuovo. Dal canto mio ho cercato di metterci dentro tutte le mie esperienze e idee, dandogli esattamente la forma che volevo. L’ambizione è che la gente possa entrare qui e sentirsi come a casa, ritrovando il mio modo di pensare e il mio concetto di ospitalità. Fortunatamente per ora dalle recensioni sembra sia abbastanza così».

Sei sempre stata una figura percepita come molto “vicina” alla tua community, questo è un ulteriore avvicinamento?
«Penso di sì. Essere percepita come vicina alle persone credo sia stato fondamentale nel mio percorso. Questi primi mesi di Cooker Loft non ti nascondo che sono stati impegnativi… Mi hanno insegnato molto, soprattutto a livello di gestione dei tanti aspetti di un’attività. Di certo non mi vedevo chiusa in una cucina, ma piuttosto libera, a contatto con il mio pubblico, aperta al nuovo».
Rispetto a molti “comunicatori” dei social, hai sempre rifiutato con fermezza provocazioni e linguaggio aggressivo, perché?
«Semplicemente perché sono fatta così. La gentilezza farà sempre parte di me e dei miei progetti. Per quante fatiche uno possa affrontare, non è giusto rinunciare alla gentilezza, che non è debolezza, ma un valore, anche rigenerativo».

Anche verso il proprio team?
«Soprattutto. Io sono fortunata perché posso contare su una squadra eccezionale, molto più brava di me in tante cose. Chi “invidia” i propri collaboratori non va da nessuna parte. Devi scegliere i più bravi e prenderli con te. E in questo mestiere meglio se sono giovani, freschi, nati già immersi nel digitale. Da noi i più “vecchi” hanno trent’anni…».
Perché Torino e perché Barriera?
«Torino perché buona parte del mio cuore, e della mia famiglia, è a Torino. Barriera perché ci siamo incontrati e ci siamo capiti subito. C’è stato un momento in cui dovevo andare a New York, poi per una serie di motivazioni non se n’è fatto più nulla, ho trovato questo posto e mi ha raccontato tutto quello che mi serviva. Ho conosciuto Barriera, le sue energie, le sue realtà… E insieme a tanti attori del territorio abbiamo costruito il Loft: dai tessuti al legno, dai ragazzi di Barriera Design District a tutti gli altri. Ho sentito che era il posto giusto al momento giusto».
Il rapporto con il territorio è importante?
«Sì, ma non perché noi siamo i buoni e gli altri no. Semplicemente perché i soggetti in questione sono bravissimi e perché penso che fare sistema sia un vantaggio per tutti. Oggi non possiamo più valutare il “successo” di un’attività solo guardando ai soldi, ma anche a cosa crea e restituisce al territorio. Ad esempio, il progetto Cooker Kids (canale YouTube pensato per avvicinare i più piccoli al mondo della cucina, ndr), e altre attività in cantiere, comprese quelle portate avanti insieme alle scuole, sono investimenti culturali, emotivi, educativi… sicuramente non puro business. Ed è giusto che sia così».

Cooker Loft ci sembra anche un modo per dimostrare che il mondo della “cucina” può essere tantissime cose…
«E lo è. Noi non vogliamo insegnare niente a nessuno, ci tengo che passi questo concetto. E, di nuovo, non perché siamo bravi e umili, ma perché non è tra i nostri obiettivi. Il nostro interesse è portare avanti una certa idea di impresa, con le sue piccole rivoluzioni, le sue “stranezze” magari agli occhi di qualcuno, le sue intuizioni a giudizio d’altri…».
Usi spesso il termine “nostro”…
«La forza dell’abitudine… No, dai, è perché sono realmente convinta che per raggiungere obiettivi importanti sia necessaria una squadra tosta, in cui ognuno si senta parte della storia, come se gli appartenesse un pezzo. Mi devono contraddire, dire la loro, utilizzare gli strumenti che ritengono più idonei agli obiettivi… Il mio è un approccio molto americano in questo: ragioneremo insieme con i risultati in mano, ma per tirare fuori il potenziale di ognuno bisogna lasciare che si esprima, senza limitare a prescindere. Io ho sofferto molto il modello “italiano” di gestione dei collaboratori e non voglio riproporlo».
Il futuro di chi è?
«Di chi capisce che le cose cambiano. Noi abbiamo attivato percorsi di crescita per ragazzi molto giovani perché c’è sempre bisogno di energie nuove. Bisogna combattere la paura di “essere sostituiti”. Il nostro è un settore che cambia continuamente e serve freschezza. Non voglio che il mio lavoro invecchi con me. E poi, come detto, mi piace l’idea di seguire i ragazzi come avrei voluto avessero fatto con me. Credere nei giovani è un investimento, non un atto di “carità”».

Da qui parli a milioni di persone: senti la responsabilità di questo dialogo?
«Più che responsabilità sento l’importanza della sensibilità. Non puoi prevedere cosa faranno gli altri, ma puoi cercare di tenere conto delle diverse sensibilità delle persone».
In tutto ciò, non smetti di guardare sia avanti che indietro…
«Mi torna utile. Questi dieci anni di lavoro mi hanno reso ciò che sono e penso sia giusto portarli con me. Allo stesso tempo, se oggi arrivasse un alieno sulla Terra mi potrebbe dire “beh dai era naturale andasse così”. E invece non sai quante persone, quando parlavo di Cooker Loft e di altri progetti, mi dicevano “ma chi te lo fa fare?”, “ma perché Torino?”… Questa avventura ha rafforzato la mia convinzione che ognuno deve crearsi la propria storia, attingendo da sé stesso e da ciò che ha vissuto, fregandosene dei “si è sempre fatto così” e anche di molte cose che dicono gli altri».
I social oggi?
«Hanno tanti difetti, come tutto del resto, però continuano a costruire opportunità enormi per chi li usa in modo costruttivo. E poi sul lungo sono meritocratici. Il tempo è gentiluomo, anche online».

Un difetto che dobbiamo urgentemente combattere, anche sui social?
«Uno è poco (ride, ndr), però ti dico che noi italiani continuiamo a pensare che il mondo sia una torta e che prenderne una fetta significhi toglierla a un altro. Niente di più sbagliato. Il valore genera valore e nuove opportunità, spesso proprio grazie alla condivisione».
La ricetta del successo di Cooker Girl?
«50% di talento, importante ma non fondamentale quanto idee e costanza, irrinunciabili. E poi ogni tanto anche un po’ di fortuna…».
Nel senso?
«È buffo, ma vero: a volte nella vita basta una sola persona che crede in te, una storia giusta, una porta che si apre quando serve. Per questo ha senso crederci».
(foto MARCO CARULLI)