L’ospedale Koelliker propone da sempre un percorso ortopedico integrato che accompagna il paziente in tutte le fasi della cura: dalla diagnostica per immagini avanzata alla chirurgia, quando necessaria, fino alla riabilitazione. Un approccio in cui la tecnologia gioca un ruolo centrale, anche grazie alla chirurgia robotica (la struttura dispone per esempio del nuovissimo sistema Mako di Stryker), ormai irrinunciabile compagna dei chirurghi durante gli interventi protesici.

«Poter contare su un percorso completo all’interno della stessa struttura cambia tutto: consente di accompagnare il paziente verso il ritorno alla vita quotidiana in tempi rapidi, anche dopo un intervento protesico, fino alla ripresa dello sport – spiega il dottor Paolo Berno, amministratore delegato dell’Ospedale Koelliker – A fare la differenza sono le tecnologie, i materiali evoluti e le competenze dei professionisti. Tecniche chirurgiche avanzate che ci permettono inoltre di preservare le articolazioni e i tessuti, un aspetto importante anche e soprattutto nei pazienti più giovani».
Una strada, quella dell’innovazione tecnologica, che sottolinea ancora una volta l’eccellenza della struttura, ma anche la volontà dell’azienda e dei suoi azionisti di continuare a investire nello sviluppo. Così come nel comfort del paziente: accoglienza e facilità di accesso ai servizi, prenotazione con una segreteria ortopedica dedicata, cura degli spazi, fanno del Koelliker un punto di riferimento importante nel panorama del servizio sanitario Piemonte.
«Ovviamente la presa in carico del paziente dall’inizio alla fine del percorso è importantissima – sottolinea il dottor Paolo Berno – partendo dalla prima visita ortopedica alla presenza del fisioterapista per conoscere il paziente e prepararlo nelle migliori condizioni possibili all’eventuale intervento chirurgico, agli approfondimenti diagnostici, alla fase chirurgica e di degenza, e, infine, alla parte riabilitativa di follow up dopo l’intervento chirurgico. Dobbiamo fare in modo che la presa in carico sia sempre una realtà, non solo uno slogan».
Su queste basi si inseriscono le esperienze dei sei professionisti che illustrano competenze, tecniche e approcci dedicati alle diverse esigenze ortopediche.
La dottoressa Mara Falco
MEDICO RADIOLOGO RESPONSABILE DELL’AREA MUSCOLO-SCHELETRICA
Ci racconta come l’innovazione, e nello specifico l’imaging di ultima generazione, sia fondamentale tanto nella pianificazione pre-operatoria quanto nel monitoraggio post-operatorio.

«La diagnostica per immagini ha compiuto negli ultimi anni importanti progressi grazie all’innovazione tecnologica e all’intelligenza artificiale, migliorando la qualità delle immagini e la precisione delle informazioni cliniche. Tra le tecnologie più avanzate, la radiografia EOS consente di acquisire immagini dell’intero scheletro con un dosaggio molto basso di radiazioni, offrendo all’ortopedico la migliore valutazione possibile della postura e degli equilibri biomeccanici; le nuove tecnologie TC permettono acquisizioni rapide e dettagliate, fondamentali per la pianificazione degli interventi protesici, anche con assistenza robotica; la risonanza magnetica, grazie a sequenze innovative e algoritmi di intelligenza artificiale, consente invece di individuare con maggiore precisione le aree di sofferenza cartilaginea e le lesioni di menischi e legamenti.
L’imaging è determinante anche nel periodo postoperatorio, per verificare il posizionamento dei mezzi di sintesi, l’allineamento delle fratture e l’evoluzione della guarigione ossea e dei tessuti molli. In tutto questo il confronto tra radiologo e ortopedico rimane essenziale per definire il percorso diagnostico in base al quadro clinico e alle esigenze del paziente, e poi per garantire diagnosi accurate, controlli mirati e percorsi di cura personalizzati.
Ma è rilevante sottolineare come il ruolo del radiologo non si limiti alla diagnosi: attraverso procedure interventistiche ecoguidate può contribuire al trattamento di alcune patologie muscolo-scheletriche molto diffuse; quali patologie condrali, trattamento di calcificazioni nell’articolazione della spalla o inserzioni tendinee».
Il dottor Maurizio Forti
ORTOPEDICO E RESPONSABILE DEL CENTRO DI CHIRURGIA DEL GINOCCHIO
Ci apre le porte della sua materia, raccontando quali sono i percorsi terapeutici possibili e sottolineando la necessità di definire cure sempre più personalizzate.

«Il Centro di Chirurgia del Ginocchio dell’Ospedale Koelliker affronta le patologie del ginocchio a 360 gradi, dalla prevenzione al recupero postoperatorio. La specializzazione permette di mantenersi aggiornati sull’evoluzione delle tecniche e dei materiali, individuando la strategia più adatta a ogni paziente, ma il percorso non è necessariamente chirurgico: quando possibile, può comprendere fisioterapia personalizzata, infiltrazioni rigenerative e interventi mirati a migliorare la funzionalità articolare.
L’obiettivo è offrire cure individualizzate, riservando la protesi ai casi in cui sia realmente indicata. La decisione di ricorrere invece a una protesi di ginocchio dipende dalla gravità dell’usura articolare, dalla funzionalità dell’articolazione, dall’età del paziente e dai risultati degli eventuali trattamenti conservativi già intrapresi. La valutazione radiografica è importante, ma deve essere rapportata soprattutto alle limitazioni quotidiane e alla qualità della vita.
Quando il danno interessa una sola porzione del ginocchio, può essere indicata una protesi monocompartimentale; se invece l’usura coinvolge tutte le superfici articolari, si ricorre a una protesi totale. Entrambe possono consentire un recupero funzionale completo e, in casi selezionati, il ritorno all’attività sportiva.
È bene ricordare come la chirurgia protesica richieda un accesso diretto all’articolazione. L’obiettivo attuale è trovare un equilibrio tra riduzione dell’invasività e tutela dei tessuti molli, evitando i problemi che approcci eccessivamente mininvasivi possono provocare a cute, capsula e legamenti. Gli impianti possono essere fissati con cemento oppure attraverso un attecchimento biologico diretto all’osso, soluzione spesso preferibile, per evitare il progressivo invecchiamento del cemento e il deterioramento delle sue proprietà meccaniche».
Il dottor Francesco Atzori
ORTOPEDICO RESPONSABILE D’EQUIPE
Esplora per noi il mondo della chirurgia ortopedica, evidenziando la timeline del suo lavoro, dalla presa in carico (e quindi dall’anamnesi) a una visione complessiva del paziente, fino all’individuazione delle scelte di intervento più idonee al singolo caso.

«La gestione delle patologie che coinvolgono più articolazioni richiede una visione complessiva del paziente. Attività lavorative sedentarie, carichi eccessivi e pratica sportiva senza un’adeguata preparazione possono provocare dolore e limitazioni funzionali in diversi distretti. La valutazione parte dall’anamnesi e dalla visita clinica, ma comprende anche l’analisi della postura, dell’asse degli arti inferiori e delle eventuali deviazioni della colonna vertebrale, con il supporto di esami radiografici tridimensionali che consentono di valutare la distribuzione dei carichi scheletrici.
Fondamentale è anche la preparazione del paziente all’intervento, in particolare per protesi d’anca o di ginocchio. Gli incontri preoperatori coinvolgono pazienti e familiari per illustrare le diverse tappe del percorso, dall’intervento all’anestesia, dalla gestione del dolore alla fisioterapia precoce. Il confronto con l’équipe multidisciplinare favorisce maggiore serenità e consapevolezza.
La chirurgia protesica, pur offrendo risultati generalmente soddisfacenti, rappresenta comunque l’ultima opzione. Prima è opportuno valutare trattamenti conservativi personalizzati, come fisioterapia posturale e muscolare, terapie strumentali antinfiammatorie, infiltrazioni di acido ialuronico, collagene o plasma ricco di piastrine. Possono inoltre essere indicate procedure interventistiche articolari o neurali per il controllo del dolore. L’obiettivo è migliorare la qualità di vita attraverso un percorso multidisciplinare, ricorrendo alla chirurgia quando le alternative non risultano sufficienti».
Il dottor Simone De Vivo
ORTOPEDICO SPECIALISTA DI CHIRURGIA PROTESICA DELL’ANCA
Ci parla nello specifico dell’accesso chirurgico superiore in un impianto protesico di anca; un esempio emblematico di una necessaria attenzione al paziente e dell’impiego funzionale di metodologie di ultima generazione.

«Nell’ambito della chirurgia protesica dell’anca, pratichiamo, oltre alle tecniche di accesso tradizionali, come la postero laterale e l’anteriore, anche la tecnica di accesso chirurgico superiore (sopra-capsulare). Questo tipo di accesso permette un’importante preservazione dei tessuti molli, dato che si arriva nell’articolazione coxo-femorale passando “tra i muscoli” senza doverli sezionare. Il rispetto dell’anatomia si riflette, dal punto di vista clinico, in un immediato post-operatorio gravato da minor dolore e in una rapidità ancora maggiore del recupero funzionale. Inoltre, preservando la capsula articolare posteriormente e anteriormente, è un accesso chirurgico protettivo nei confronti dei principali meccanismi che possono portare alla lussazione di un impianto protesico».
Il dottor Andrea Losana
ORTOPEDICO RESPONSABILE D’EQUIPE
Affronta un altro tema fondamentale inerente la chirurgia ortopedica: l’intervento protesico di ginocchio o di anca. Analizzandone alcuni quesiti primari: quando è necessario, cosa comporta, come funziona la ripresa.

«Quando la qualità della vita del paziente non è più accettabile, il dolore è costante e la limitazione della capacità di cammino e della vita di relazione sono evidenti, l’intervento di protesizzazione dell’arto non è più procrastinabile. Ci tengo a sottolineare che oggi, diversamente rispetto a tanti anni fa, i pazienti operati potranno alzarsi il giorno successivo all’intervento e inizieranno subito la riabilitazione. Dopo soli due mesi verrà raggiunta una buona ripresa dell’autonomia e la deambulazione senza stampelle.
Ovviamente la ripresa cambia a seconda dell’età del paziente, ma la protesi articolare rappresenta comunque oggi la miglior soluzione a lungo termine per l’artrosi grave primaria o secondaria e per altre patologie o eventi traumatici. La durata dell’impianto, poi, con il livello di qualità dei materiali che si è raggiunto, può durare una vita, soprattutto se parliamo di persone nella fascia dai 60 agli 80 anni. Grazie alla ricerca, agli investimenti e all’innovazione tecnologica, sono stati fatti in questo senso davvero passi da gigante».
Il dottor Fabio Massimo Demasi
FISIATRA E RESPONSABILE DELL’UNITÀ OPERATIVA DI RECUPERO E RIEDUCAZIONE FUNZIONALE
Esplora per noi la collaborazione proprio tra ortopedico e fisiatra; una connessione che inizia fin dalla prima visita, affinché il paziente arrivi preparato all’intervento sia fisicamente che mentalmente.

«Si è soliti dire che il successo di un intervento ortopedico si completa con la riabilitazione. In realtà, la sinergia tra la chirurgia ortopedica in elezione, ovvero gli interventi programmati, e la riabilitazione, inizia ben prima dell’intervento stesso. Quando è possibile parliamo infatti di pre abilitazione, ovvero di preparare fisicamente e mentalmente il paziente ad affrontare i postumi dell’intervento, quindi ricondizionare l’apparato osteoarticolare e muscolare per quanto possibile, ridurre il dolore e spiegare al paziente cosa avverrà nei primi giorni dopo l’operazione.
Questo garantisce la possibilità di ridurre i tempi di degenza al minimo, così da reintegrare l’individuo il prima possibile nel suo ambiente familiare. Nel post intervento il paziente viene preso in carico il giorno successivo all’operazione e il trattamento sarà personalizzato in base alla valutazione fisiatrica che precede l’inizio del percorso.
Naturalmente gli obiettivi variano da paziente a paziente, per alcuni si tratta di migliorare la qualità di vita, eliminando la componente dolorosa, per altri di ottenere il pieno recupero della mobilità, per altri ancora il reintegro in attività sportive.
Una cosa è certa, il gold standard per la buona riuscita di un percorso riabilitativo è il lavoro in team: ortopedico, fisiatra, fisioterapista e tutto il personale sanitario non medico di reparto devono comunicare e collaborare quotidianamente. L’Ospedale Koelliker permette oggi di realizzare questa sinergia».
(foto MARCO CARULLI)