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Torino futura

di Gianni Dimopoli

Alchimie urbane

Torino, Speciale Territorio 2024

Il termine alchimia ci riporta alla mente meccanismi inspiegabili, quasi magici, in base ai quali sembra che una cosa avvenga. Invece è ormai assodato considerare l’alchimia come l’antenata della chimica. Dovendo spiegare a un bambino la differenza tra un fenomeno chimico e un fenomeno fisico, direi di guardare al risultato finale del corpo soggetto al fenomeno: in un fenomeno chimico osserviamo un cambiamento sostanziale nella composizione del corpo in esame, mentre in uno fisico no. Due esempi per tutti: l’acqua che bolle è chimica, un’auto che corre, anche se si schianta contro un albero, è fisica.

Due sono i fenomeni chimici che mi hanno da sempre affascinato e riguardano la mescolanza di due o più materiali distinti: la soluzione e l’emulsione. Per intenderci: aceto e olio dell’insalata sono un’emulsione, mentre l’acqua di mare è una soluzione. La caratteristica evidente che contraddistingue i due composti sta nell’omogeneità del materiale risultante dalla combinazione dei due materiali originari: nella soluzione le caratteristiche del materiale finale sono uguali in ogni sua frazione, per piccola che si voglia, così che i materiali originari non sono più distinguibili; mentre nell’emulsione questa omogeneità non è presente, riuscendo così a distinguere e separare i due materiali componenti.

Consentitemi una digressione personale che alla fine potrà risultare utile al ragionamento. Ho fatto il militare a Foligno, nel cuore dell’Umbria. La caserma contava al massimo 2000 soldati a veloce rotazione (chi sa cos’era un CAR può capirmi), che in una cittadina di 55mila abitanti erano chiaramente distinguibili per alcuni tratti evidenti: capelli corti e sempre in gruppi, più o meno numerosi, ma sempre e solo maschili.

Consentitemi una digressione personale che tornerà utile al ragionamento: ho fatto il militare a Foligno, nel cuore dell’Umbria

Cinque anni prima, avevo vissuto il mio trasferimento dalla Puglia qui a Torino, per studiare al Politecnico: non ero certo un caso isolato già all’epoca. Quando oggi amiamo immaginare il futuro di Torino come città universitaria per eccellenza, con due atenei di prestigio e dichiara fama internazionale, che hanno la loro sede e i loro campus nel cuore della città, spesso dimentichiamo il valore economico (e non mi riferisco solo al cosiddetto capitale umano) rappresentato dagli studenti fuori sede: un serbatoio di talenti, di sogni, di aspettative, ma anche di bisogni e necessità che fruttano alla città, ogni mese, decine di milioni di euro spesi in alloggio, cibo e divertimento.

Forse non tutti sanno che solo Università e Politecnico contano oltre 110.000 studenti, di cui quasi 40.000 con residenza fuori regione, e quindi prevedibilmente con un domicilio permanente qui in città o dintorni. In questi anni, a Torino, vivono quindi circa 31mila universitari italiani da altre regioni (in prevalenza siciliani e pugliesi) e altri 9mila dal resto del mondo (in netta maggioranza al Poli e prevalentemente da Iran e Turchia). Non abbiamo statistiche precise, ma è un capitale umano, dicevamo, che, terminati gli studi, in parte ritorna al luogo di origine, in parte va verso altre destinazioni maggiormente attrattive per la carriera professionale, in parte ancora decide di restare a Torino anche in funzione della qualità di vita che ha sperimentato durante gli anni di studio in città.

Secondo voi, per il bene della nostra città, sarebbe preferibile trattenere queste professionalità, o preferire che si diffondano in ogni angolo del pianeta, rappresentando i migliori ambasciatori naturali di Torino nel mondo? Emulsione o soluzione: qual è oggi l’alchimia migliore per la nostra città?