In questo numero della rivista si parla di Torino come “città che cambia”, anche in relazione al fatto che è stato finalmente approvato il nuovo Piano Regolatore Generale. Al nostro tavolo immaginario siedono i tre architetti che, nella storia, hanno plasmato e disegnato Torino fino a identificarsi con essa.
Amedeo (Cognengo) di Castellamonte, nato a Torino il 17 giugno 1613, fu l’ingegnere ducale che disegnò l’immagine barocca complessiva di Torino, governandone ampliamenti, assi, piazze e luoghi del potere. A lui si devono, tra l’altro, la riplasmazione del Palazzo Ducale (poi Reale), l’apertura dell’asse porticato di via Po e l’impianto della Venaria Reale, tutti interventi che codificano una grammatica urbana in cui residenza, città e campagna sono legate da una regia unitaria. Con Castellamonte la capitale subalpina cessa di essere un agglomerato medievale e diventa una macchina urbana barocca, ordinata da prospettive, nodi monumentali e percorsi cerimoniali.
Guarino Guarini, nato a Modena il 17 gennaio 1624, giunse a Torino nel novembre del 1666, e innestò sul tessuto sabaudo un barocco sperimentale, capace di contraddire sistematicamente le regole tradizionali.
Le sue chiese e palazzi – basti pensare alla dinamica facciata di Palazzo Carignano – frammentano l’unità classica in un incastro sorprendente di parti autonome, rese coerenti da un rigoroso studio geometrico. A Torino Guarini, celebre per la geniale Cappella della Sindone e per la Chiesa di San Lorenzo, non si limita a costruire edifici: impone un nuovo modo di pensare lo spazio, basato su incroci di piani, luce filtrata, movimento continuo delle superfici, trasformando la percezione della città in un’esperienza barocca radicale.
Filippo Juvarra, nato a Messina il 7 marzo del 1678, fu il protagonista assoluto del Settecento di casa Savoia. Arrivato a Torino con il compito esplicito di ridisegnare la capitale proprio come “specchio” della dinastia sabauda e della sua nuova potenza regia, in poco più di vent’anni orchestrò un sistema di architetture – dalla basilica di Superga al ridisegno di piazza Castello – che salda urbanistica, rappresentazione politica e teatralità dello spazio. La sua cifra innovativa fu la capacità di pensare Torino come un grande palcoscenico prospettico: assi visivi, quinte edilizie, facciate calibrate sulla processione del potere, che proiettano la città nell’Europa delle capitali barocche.
Solo il primo nato e sepolto a Torino (riposa infatti nella chiesa di San Carlo, nell’omonima piazza), ma tutti e tre legati indissolubilmente alla città che li ha voluti, ospitati e resi celebri, ricevendone in cambio quell’ inconfondibile immagine di capitale elegante e signorile, orgoglio di ogni torinese.