Come ogni anno la mia estate, trascorsa in Sardegna, è accompagnata da letture e, molto spesso, da riletture, indissolubilmente legate alle tradizioni, ai profumi, ai colori, ai valori di quella terra unica e meravigliosa. Per questo motivo Il giorno del giudizio non manca mai, e non mi stanca mai. Lo ha scritto Salvatore Satta, uno dei più grandi giuristi italiani, immensa la sua opera in tema di procedura civile.
Ma Salvatore, che era nato a Nuoro, il 9 agosto 1902, figlio del notaio Giovanni Paolo Satta, è stato anche un grande narratore, e si deve alla sua famiglia se oggi abbiamo la fortuna di poterlo leggere.
Dopo la sua morte, infatti, avvenuta a Roma il 19 aprile 1975, tra le vecchie carte del giurista venne ritrovato il dattiloscritto proprio de Il giorno del giudizio, che Salvatore aveva iniziato a scrivere nel 1970 e che fu pubblicato, postumo, nel 1977, da una casa editrice giuridica, divenendo ben presto un caso letterario.
E le loro parole a rischiarare l’anima
Prendendo spunto da una visita al cimitero, Salvatore presenta una straordinaria sfilata di personaggi di cui traccia una minuziosa indagine psicologica, a partire dal padre notaio per finire a tutto il contorno cittadino, in una rievocazione a metà strada tra Spoon River e la danza macabra. Ed è Nuoro, città della sua infanzia, con i suoi abitanti, ad occupare il centro della scena.
L’altro appuntamento cui non posso rinunciare è quello con Passavamo sulla terra leggeri. Lo ha scritto Sergio Atzeni, giornalista, traduttore ma, soprattutto, straordinario narratore. Sergio era nato a Capoterra, in provincia di Cagliari, a casa di una zia ostetrica, il 14 ottobre 1952, e trascorse la prima infanzia a Orgosolo, culla del banditismo sardo, nel cuore della Barbagia. Al termine degli anni ‘80 si trasferisce a Torino, ed è proprio qui che partorisce Passavamo sulla terra leggeri, pubblicato postumo nel 1996.
Una rievocazione mitica della storia dei sardi, vista e raccontata come memoria comune tramandata di padre in figlio. Atzeni combina sardo (in particolare quello popolare della periferia di Cagliari) e italiano, attuando una rivalutazione del “dialetto” simile a quella operata da Andrea Camilleri con il siciliano. «Sono sardo, italiano, europeo», così amava definirsi. Un cantore straordinario della sua isola, esposta ai venti e agli approdi, crocevia di popoli e culture, un narratore capace di evocare sentimenti profondi con una sola frase: «Passavamo sulla terra leggeri come acqua che scorre… A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici».
Un curioso destino quello di Salvatore e Sergio: le opere attraverso le quali hanno raggiunto la notorietà, ottenendo il successo che meritavano, pubblicate postume. Sergio ci ha lasciati, troppo presto, il 6 settembre 1995: gettato da un’onda sugli scogli dell’isola di San Pietro, nel mare di Carloforte, quel mare che avvolge e custodisce il cuore (come lo spazio) di chiunque sia nato in un’isola. Ricorre quest’anno il trentennale della sua morte e questa circostanza ne ha fatto l’oggetto di un tributo speciale, in occasione dell’ultima edizione di Portici di Carta.
Salvatore e Sergio. Per me due amici, che non ho avuto la fortuna di conoscere di persona, ma che ogni estate ritrovo in Sardegna. Quante serate trascorse in loro compagnia, in compagnia dei loro libri, mentre cala l’oscurità e il cielo, nero come solo lì, si accende lentamente di stelle luminosissime a rischiarare il mare, e le loro parole a rischiarare l’anima.
