Giovanni Vialardi nasce a Salussola (in provincia di Biella) l’8 febbraio del 1804, mentre Pellegrino Artusi nasce qualche anno dopo, il 4 agosto 1820, a Forlimpopoli (in provincia di Forlì-Cesena).
A soli vent’anni Giovanni diviene aiutante di cucina della Real Casa Savoia, al servizio del principe Carlo Alberto. Con una rapidissima carriera, nel 1848 diviene Capo Cuoco e pasticciere, e occupa tale ruolo fino al 1853, regnante Vittorio Emanuele II.
Nei quasi trent’anni trascorsi nelle cucine di Casa Savoia, Giovanni si rivela particolarmente abile proprio come pasticciere, ruolo che gli permise di mettere in risalto la sua arte nell’esecuzione delle “pièces montées”, le scenografiche costruzioni in pastigliaggio utilizzate per adornare le tavole reali.
A legare indissolubilmente Giovanni e Pellegrino è proprio un dolce
L’impronta che diede alla cucina, e soprattutto alla pasticceria della tavola dei Savoia, continuerà a influenzare i pranzi di Stato anche quando la Corte lascerà Torino per trasferirsi prima a Firenze, che sarà capitale dal 1865 al 1870, e poi a Roma: con Giovanni Vialardi infatti i prodotti, i modi di cucinare e gli attrezzi della tradizione piemontese, ma anche sarda, ligure e nizzarda, scendono nella Capitale per salire gli scaloni del Palazzo a deliziare nobili palati, specie quello di Vittorio Emanuele II, grande buongustaio e uomo dai molti appetiti.
Giovanni è mancato il 29 agosto 1872 e oggi riposa a Torino, nel cimitero di San Pietro in Vincoli.
E proprio nel 1865, quando Firenze diviene capitale d’Italia, Pellegrino abbandona l’attività commerciale di famiglia, cui si era dedicato fino ad allora, e si ritira a vita privata, cominciando a scrivere ricette di cucina, fino ad arrivare, nel 1891, alla pubblicazione del celeberrimo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, che gli diede la possibilità di vivere di rendita.
Abitò nel Villino Puccioni in piazza D’Azeglio a Firenze, dove tranquillamente condusse la sua esistenza fino al 30 marzo 1911, giorno in cui morì, all’età di 90 anni. Celibe e senza figli, dedicò gli ultimi due decenni della sua vita alla stesura di ben 15 edizioni de La scienza in cucina, pubblicate tutte a proprie spese e costantemente aggiornate nel linguaggio e nelle ricette. Con lui vissero nel Villino Puccioni due fedeli domestici e due gatti; a Francesco Ruffilli, cuoco proveniente da Forlimpopoli, e a Maria Sabatini, detta Marietta, governante toscana e personalità dominante di casa Artusi, lasciò, riconoscente, i diritti d’autore del libro; agli amati gatti, Bianchino e Sibillone, dedicò la prima edizione, dedica poi scomparsa nelle successive.
Al Comune di Forlimpopoli lasciò gran parte della sua “vistosa sostanza”, come la definì il sindaco di allora, a dimostrazione del fatto che, nonostante avesse trascorso la maggior parte della sua vita in Toscana, non aveva mai dimenticato la sua terra d’origine. Oggi riposa nel cimitero di San Miniato al Monte.
A legare indissolubilmente Giovanni e Pellegrino è proprio un dolce, il leggendario tiramisù. Una tesi piuttosto diffusa ne attribuisce la paternità a un pasticcere di Torino, il nostro Giovanni, che, secondo la leggenda, lo avrebbe creato per sostenere e omaggiare l’opera di unificazione dell’Italia da parte di Camillo Benso Conte di Cavour. Tuttavia, nel ricettario di Pellegrino si trova la prima versione del “Dolce Torino” che, secondo molti, sarebbe l’antesignano dell’attuale tiramisù.
Due grandi della cucina, un dolce straordinario, Torino il fattor comune.
