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Torino futura

di Gianni Dimopoli

Una città da amare

Torino, Primavera 2024

Percorrendo corso Casale, vi sarete accorti dell’installazione luminosa nel parco Michelotti all’altezza della biblioteca Geisser, lì dove una volta c’era lo zoo: L’amore non fa rumore (Luca Pannoli – Luci d’artista 2023 – ricollocazione). Un concetto che ritroviamo in quei grandi manifesti pubblicitari apparsi tempo fa in città che recitano “Innamorarsi è un attimo. Amare è prendersi cura”. Esiste un modo di misurare l’amore che una città prova per i suoi cittadini? Certo, anche se non esiste un “amorometro” né un’unità di misura per l’amore: esistono però misurazioni indirette per valutare il livello di amore di una città. In economia, e nelle scienze più in generale, si usa parlare in questi casi di KPI (in inglese, key performance index, ovvero indicatori chiave di prestazione). Quando si vuole misurare l’efficacia di un nuovo processo o servizio o sistema, se ne valutano i KPI. Ad esempio: per un nuovo sistema di prenotazione, si misura il tempo medio di attesa; se si introduce una nuova linea di autobus, si conta il numero di passeggeri nelle varie fasce orarie della giornata; per la pubblicità di una nuova app pubblicata nei digital store di Apple o Google, si guarda il numero di download e di nuovi utenti che si registrano al servizio.

Sapete a quando si può far risalire il concetto di civiltà? A decine di migliaia di anni fa

Come si fa a misurare l’amore di una città per i suoi abitanti? Si considerano tutti i momenti in cui sentiamo che qualcuno si sta prendendo cura di noi, oppure se, al contrario, tutto è lasciato al caso. Se il nostro tram passa in orario o se almeno siamo puntualmente informati sul suo ritardo; se riusciamo a ritirare un documento senza ammalarci di ansia e frustrazione; se non siamo costretti quotidianamente a passare ore in coda in auto; se respiriamo liberamente senza il rischio di soffocare per smog e particolati vari; se non dobbiamo fare salti mortali per conciliare gli orari di lavoro con quelli della scuola dei figli; e così via, secondo migliaia di esempi dell’esperienza quotidiana che la vita in città ci riserva. Ma l’amore non fa rumore: se tutto fila liscio non ce ne accorgiamo nemmeno, lo diamo per scontato, senza pensare a tutte quelle persone che si stanno prendendo cura di noi. Sapete a quando si può far risalire il concetto di civiltà? A decine di migliaia di anni fa, grazie al ritrovamento di un osso chiaramente ricalcificato dopo una frattura, quando qualcuno dimostrò di prendersi cura di un suo simile, anziché abbandonarlo al suo destino dal momento che non risultava più utile. Ecco, la città è tanto più amorevole quanto più si prende cura dei suoi abitanti meno “utili”: anziani, bambini, malati. Ricordiamoci però che la città siamo noi. Possiamo pure gridare sui social di esserci innamorati dell’ultima città che abbiamo visitato, ma la città che viviamo dobbiamo amarla, in silenzio: è inutile dire “io amo la mia città” se poi non ne diamo prova. Seppure a prima vista possano sembrare irrilevanti, i nostri comportamenti sono decisivi per la città che amiamo: lasciando il più possibile l’auto in garage e preferendo due passi in più a piedi o il mezzo pubblico; comprando meno ma meglio, facendo la spesa al negozio sotto casa o al mercato di quartiere; conservando il fazzolettino sporco (o il mozzicone di sigaretta o la gomma da masticare) fino a quando non si incontra un cestino. Per dirla con Lao Tzu, invece di maledire l’oscurità è meglio accendere una candela.