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L'amore ai tempi di Torino

di Enrica Tesio

Anna, Annina, la Ballerina di Borgo Dora

Torino, inverno 2020

Negli ultimi mesi mi sono ritrovata spesso a pensare come avrebbero affrontato questo 2020 alcune persone che ho amato e che non ci sono più. Mia nonna, per esempio, che ha lavorato tutta la vita nel ristorante di famiglia e che era felice solo in mezzo alla gente. Forse è andata meglio così, che la vecchiaia se la sia portata via nel 2018 e non abbia visto quest’anno duro e complesso. Un anno in cui l’uomo, un animale sociale, è diventato un animale domestico. Un anno che ci ha tolto tanto, in cui ci siamo abituati all’idea che per uscire di casa sia necessario un motivo. Un anno pazzo, dove il coraggio lo si è dimostrato obbedendo alle regole. Un anno di attese, seguite da altre attese, seguite da altre attese. Un anno di portici deserti, di locali chiusi e musica da cameretta. Un anno folle in cui è mancata la follia bella, quella della strada. Un anno in cui è mancata gente come Anna Camillini, che dal mondo se n’è andata già due anni fa e che Torino continua a ricordare per le sue danze scoordinate ma piene di grazia, capaci di trasformare il quartiere del Balon nel suo personale discolabirinto, per citare un altro gruppo-icona della nostra città. Anna, Annina, la Ballerina di Borgo Dora, per alcuni Anna La Pazza, era un folletto dai capelli bianchi e dagli abiti improbabili che spuntava durante quelli che oggi chiameremmo assembramenti, cortei studenteschi, eventi, manifestazioni, e piroettava seguendo coreografie tutte sue, si faceva guardare, a volte prendere in giro da chi non capiva, a volte immortalare nei video dai passanti. Ed è stato proprio un video ad averla resa famosa in tutto il mondo, perché a postarlo sui social fu Puff Daddy con la didascalia: ‘Grandma got that unlimited swag’, un tributo divertito a ‘una nonna infinitamente cool’.

Anna, Annina, la Ballerina di Borgo Dora, per alcuni Anna La Pazza, era un folletto dai capelli bianchi e dagli abiti improbabili che spuntava durante quelli che oggi chiameremmo assembramenti e piroettava seguendo coreografie tutte sue

La cosa bella di Annina è che è diventata un personaggio pubblico, un riferimento, suo malgrado, lei che prima di personaggio era soprattutto una persona dolente, colpita dagli eventi, ma non affondata. Una vita che diventerà presto anche un documentario a firma del regista Giuseppe Bisceglia. In ‘Annina’ verranno raccontati i 75 anni della vita della sua protagonista e dell’Italia intera, la sua nascita sotto i bombardamenti, l’infanzia difficile, adottata e poi rinchiusa nel manicomio di Collegno, il suo incontro con un amore sbagliato che la privò dei suoi averi, il carattere schivo ma mai aggressivo, la sua saggezza naïf. Quella volta, per esempio, che si infilò in un corteo No TAV e riuscì a placare gli animi dando dei ‘cattivi’ ai poliziotti in assetto antisommossa e dicendo di stare ‘bravi’ ai manifestanti.

Parole che usano i bambini e, si sa, i bambini hanno sempre ragione. Nel progetto confluiranno le testimonianze di tutti quelli che le volevano bene, anche a distanza, anche solo come spettatori. In attesa di vedere ‘Annina’, le cui riprese sono state rallentate per l’emergenza COVID, si possono leggere i tanti messaggi per lei sui social, tra gli altri le belle parole di Elisa Zoccheddu che le dedica una poesia semplice e vera che voglio riportare integralmente: «Mi chiamano Annina / e vesto di viola, / sono la nuvola / che bagna l’aiuola / un piccolo uccello / che danza nel vento. / Mi chiamano Annina / e sono un po’ strana, / che importa se ridi / sono amica degli angeli / e ballo da sola. / Ora strano sei tu, / hai trovato il coraggio / e non smetterai più. / Mi chiamavano Annina / e non ridono più». Mi ha particolarmente colpita perché ricorda la celebre citazione di Nietzsche su coloro che furono visti danzare e vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica.

Sarebbe stata bene come epitaffio sulla sua tomba sempre ricoperta di fiori, a dimostrazione che Anna è patrimonio di un’umanità che non dimentica i margini, un’umanità reale, con tutte le sue fragilità e le sue storture.