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L’anima della città

di Walter Comello

La voglia di stare insieme

Torino, Primavera 2022

Siamo stati lontani, lontani da tutti, da tutto, da noi. Siamo stati lontani dai sorrisi perché nascosti e costretti, non comprendendo se la nostra infelicità dipendesse da quello o dagli occhi che si evitavano come possibili, improbabili portatori di contagio. Così quegli occhi assenti occultavano l’identità dell’anima alle altre che la andavano cercando. Siamo stati lontani da una stretta di mano che, prima che fosse lo scambio di un segno di pace, era un ponte verso altri mondi con cui si voleva per nostra natura essere in relazione. Siamo stati lontani da corpi, diffidando dell’intimità di un abbraccio che un tempo era amicizia e a volte casa in cui ritrovarsi. Siamo stati lontani per imposizione, per paura, per rispetto delle regole, per necessità o senza sapere perché, ma siamo stati lontani. Essere lontani è contro la nostra natura e questo ha determinato sofferenza, disagio, malattia. Vivere a contatto con gli altri è un’esperienza necessaria, è nel rapporto con gli altri che fin da bambini si scopre la propria identità e poi la sua evoluzione per il resto della vita. È nel rapporto con gli altri che si scoprono le proprie caratteristiche, i talenti e le diversità. È nel rapporto con gli altri che si comprende di appartenere ad un ecosistema fatto di luoghi, ambienti e soprattutto persone e se ne acquisiscono il significato e il valore. Abbiamo voglia di momenti in cui tornare a sentirci parte di qualcosa, di perderci nel rumore della somma delle voci che ci circondano senza la necessità che abbiano un significato. Abbiamo voglia, come in un mercato di spezie, di sentire odori e profumi che si fondono senza poterli distinguere. Abbiamo voglia di colori che si incontrano e si confondono come sulla tavolozza di un pittore e poi di forme che un tempo avevano un significato e poi lo perdono prima di scoprirsi altro.

Il mondo ha bisogno di un senso d'identità, ma da sentire addosso, che assume la sacralità di un territorio inviolabile, nel quale si perde il senso dell'Io e prevale il senso di noi. Il noi ha una bandiera, un inno, gli stessi occhi, una terra per vivere o morire. Così inizia una guerra e per la stessa ragione finisce.

Abbiamo voglia di sapori per il solo gusto della scoperta, abbiamo voglia di calore che solo un corpo diverso dal tuo sa trasmetterti. Abbiamo voglia di tornare insieme, correndo gli uni verso gli altri per poi danzare e saltare con le braccia alzate verso il cielo, contro le nuvole, la pioggia delle cattive notizie, i virus e le loro varianti, la guerra, l’assurdo e il destino, qualunque questo sia. Abbiamo voglia di tornare ad essere una comunità che si identifica in uno spazio, in un territorio e nella diversità di ognuno, ma accomunati dalla necessità di essere quella comunità. La musica, lo sport, il ritrovarsi insieme per un piacere o un valore da condividere o una necessità da difendere, quel che conta è tornare a sentirci parte di un sentire comune. È un’emozione contagiosa che fa frizzare il cervello in un’esplosione di neurotrasmettitori, sviluppa dopamina nel senso di appartenenza, adrenalina per l’eccitazione condivisa e serotonina per la soddisfazione che ne consegue. Così lo sport allo stadio non è come vederlo in televisione, un concerto dal vivo non è come un disco, per quanto ascoltato comodamente sulla propria poltrona, e una festa è il piacere di corpi che si sfiorano. Insieme si definisce in uno spazio, diventa un’identità in contrapposizione ad altro fuori e ciò che non è con può essere contro. Il mondo ha bisogno di un senso d’identità, ma da sentire addosso, che assume la sacralità di un territorio inviolabile, nel quale si perde il senso dell’Io e prevale il senso di noi. Il noi ha una bandiera, un inno, gli stessi occhi, una terra per vivere o morire. Così inizia una guerra e per la stessa ragione finisce.