Torino, Primavera 2023
Giorni fa, ritornando con la mente alla riflessione dello scorso numero, ho ripreso tra le mani il capolavoro di Milan Kundera La lentezza, appunto, e subito ho incontrato nuovamente quell’immagine che già 28 anni fa mi aveva colpito: «L’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente… si è sottratto alla continuità del tempo, è fuori dal tempo, in altre parole è in uno stato di estasi… non sa niente né della sua età, né di sua moglie, né dei suoi figli, né dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, perché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato del futuro non ha più nulla da temere». Questa suggestione poetica ha trovato un riscontro scientifico negli studi sulla concentrazione di Mihaly Csikszentmihalyi (1934-2021), con cui il professore croato ha spiegato le condizioni per cui il cervello umano è in grado di raggiungere alti livelli di performance e concentrazione. In estrema sintesi: riusciamo a essere concentrati, totalmente coinvolti dal presente, fino a risultare del tutto indifferenti a quello che ci circonda, quando si elevano al massimo due fattori tra loro correlati: il livello di sfida che percepiamo nell’attività che stiamo svolgendo e l’abilità che possediamo nel compierla.
Così come non è stata in grado di rendere più abile, ovvero intelligente, il nostro cervello, non sarà la tecnologia a rendere intelligente una città
Quando la sfida si attesta su livelli medio alti, ma parallelamente le capacità messe in campo sono adeguate, il cervello riserva tutte le proprie risorse sull’esecuzione del compito, liberandosi da qualsiasi distrazione e focalizzando tutte le proprie energie in quella direzione. Questo vuol dire “essere entrati nel flusso”. Ritornando al nostro motociclista, egli corre perché è abile, ma il pericolo percepito mantiene alto il livello di sfida, per cui esso è appunto in uno stato di flusso. Lo stesso motociclista (quindi con la stessa abilità) passerebbe a uno stato di controllo, prima, e di rilassamento, poi, se fosse alle prese con una sfida sempre meno impegnativa. Ma se a una sfida poco appassionante si abbina un grado di abilità sempre più basso, allora si realizzano i presupposti per la noia e l’apatia. Secondo questa teoria, dunque, è assolutamente naturale che, con il passare del tempo, l’abitudine riduca il livello di sfida di qualunque attività, cosa che rischia di generare noia o, peggio, apatia, se non dotiamo il nostro cervello di maggiori abilità. E un cervello non educato a nuove abilità, per non annoiarsi, ricorre sempre necessariamente a nuovi stimoli. Questo, secondo gli studiosi, è il motivo dell’abbassamento del tempo medio di attenzione, passato dai 3 minuti di 10 anni fa a poco più di un minuto 6 anni fa, e oggi calato a 40 secondi. Questi risultati dimostrano ancora una volta quanto vado affermando da tempo: così come non è stata in grado di rendere più abile, ovvero intelligente, il nostro cervello, non sarà la tecnologia a rendere intelligente una città. Anzi, dobbiamo vigilare affinché l’aumentata complessità delle nostre città, alzando inevitabilmente il livello di sfida, non trasformi la noia e l’apatia in preoccupazione e ansia. Altro che smart city! L’unica risposta intelligente è dunque darsi l’obiettivo, individuale e collettivo, di aumentare sempre le proprie abilità, materiali, intellettive, spirituali, investendo in cultura, per crescere in consapevolezza, responsabilità e sensibilità.
