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La Coppa Davis

Storia e fascino di una competizione ultracentenaria

di Tommaso Cenni

Autunno 2021

SQUADRE DA TUTTO IL MONDO, CAMPIONI PER UNA VOLTA MESSI IN TEAM... SPECIE PER UNA CERTA GENERAZIONE, LA COPPA DAVIS È UNA DELLE COMPETIZIONI TENNISTICHE PIÙ FASCINOSE CHE ESISTANO. ALCUNI HANNO NEGLI OCCHI LE GESTA DI PANATTA, ALTRI LE MAGIE DI NADAL O LA CLASSE PURISSIMA DI ROGER FEDERER. IL 25 NOVEMBRE LA DAVIS ARRIVA A TORINO

Centoventuno anni di storia. Una competizione antica, strutturata in un format globale, che ha il merito di aver portato nel mondo del tennis il concetto di “squadra”: ecco la Coppa Davis, che Torino ospiterà al Pala Alpitour tra il 25 novembre e il 5 dicembre del 2021. Per la precisione, Torino sarà una delle tre sedi scelte per la competizione, insieme a Innsbruck e Madrid. Il capoluogo piemontese sarà  palcoscenico per  le sei squadre appartenenti ai gironi E e D. Il girone E è quello dell’Italia, accoppiata a Stati Uniti e Colombia, mentre il girone D vede protagoniste Croazia, Austria e Ungheria. Torino ospiterà anche un quarto di finale, mentre semifinali e finale avranno luogo in Spagna. Lieta novità per appassionati e non: l’emittente Super Tennis trasmetterà l’intera competizione in chiaro, un’altra bella occasione di visibilità per Torino.

Jimmy Connors, Peter Fleming, Guest, John McEnroe e Arthur Ashe, 1984 © Rick Diamond per Getty Images

Adriano Panatta, 1977 © Fairfax Media Archives / Getty Images

Un po’ di storia: com’è nata la Coppa Davis? Abbiamo parlato di un torneo con alle spalle più di cent’anni di fascino, era infatti il 1899 quando a quattro membri della squadra di tennis dell’università di Harvard venne un’idea: sfidare gli inglesi al gioco del tennis. Uno dei quattro americani era tal Dwight F. Davis, ottimo giocatore di tennis e poi politico che, nel 1925, diventò il quarantanovesimo Segretario alla Guerra degli Stati Uniti. Dwight, all’epoca poco più che ventenne, comprò di tasca sua una coppa d’argento, contattò i britannici e organizzò il primo incontro. Il primo match si svolse l’8 agosto del 1900 sul campo in erba del Longwood Cricket Club di Boston, e furono gli americani guidati da Davis a vincere il torneo, che all’epoca si chiamava International Lawn Tennis Challenge. La formula era semplice: tre giorni di incontri, durante il primo e il terzo si giocavano i due match di singolo, nel secondo giorno invece il doppio, per un totale di cinque sfide; chi ne vinceva tre si portava a casa la coppa. Intuitivo.

Roger Federer © Fabrice Coffrini per Getty Images

Negli anni successivi entrarono a far parte della competizione Francia, Belgio, Australasia (squadra di Australia e Nuova Zelanda) e via via parecchie altre nazioni. Inizialmente il dominio fu di americani,  britannici  e australiani, e durò in questo modo fino al 1926, anno in cui il torneo vide l’inizio dell’egemonia dei “quattro moschettieri” francesi, tra cui figurava anche l’iconico René Lacoste. Il dominio portò a sei titoli consecutivi difesi strenuamente tra le mura parigine, e si interruppe solo nel 1933, quando gli inglesi riuscirono nuovamente a strappare lo scettro.

Dal 1937 fino alla metà degli anni ’70 si aprì un’altra lunga stagione di successi australo-americani che segnerà la storia della Coppa (che nel 1946 diventerà Coppa Davis, da lì e per sempre, in onore di Dwight F. Davis, venuto a mancare nel 1945).

Jamie Murray e Neal Skupski © Clive Brunskill per Getty Images

Nel 1969 le nazioni che partecipavano alla Coppa Davis erano divenute cinquanta e gli Stati Uniti di Arthur Ashe e Stan Smith polverizzavano la Romania in finale a Cleveland, ma sempre nel ’69 cominciava ufficialmente l’era degli Open, e il tennis si avviava inesorabilmente verso la sua epoca moderna. Fino al 1973 il dominio australo-americano avrebbe retto, ma ormai il tennis era sport globale, in grado di appassionare e coinvolgere a ogni latitudine; e se fino a questa data le nazioni in grado di vincere una Coppa Davis erano sommariamente state sempre le stesse, di qui in poi entreranno nel gioco anche svedesi, francesi, tedeschi, spagnoli. A dimostrazione di questo cambiamento, nel 1976 fu l’Italia a raggiungere un traguardo incredibile, vincendo con Nicola  Pietrangeli,  capitano  non  giocatore,  e  il team composto da Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli, la prima e unica Coppa Davis del nostro Paese.

Novak Djokovic © Oscar del Pozo per Getty Images

Il tennis era definitivamente sbarcato in una nuova epoca. Un’epoca che nei quarant’anni successivi ha visto una grandissima alternanza tanto nelle squadre partecipanti quanto nei vincitori, esclusione fatta per la Spagna, leggermente più dominatrice, anche grazie al fattore Rafa Nadal. Nel 2016 l’Argentina si è resa protagonista di un exploit che l’ha portata a vincere la Coppa, la prima volta di una compagine sudamericana in Davis.

Fabio Fognini © Javier Soriano per Getty Images

E arriviamo ai giorni nostri… L’ultima edizione, del 2019, vinta nuovamente dal team spagnolo, ha aperto a impor- tanti cambiamenti nel regolamento della Coppa Davis. Uno dei principali è sicuramente la sostituzione del “gruppo mondiale” con una fase finale del torneo a cui partecipano diciotto team nazionali divisi in sei gironi da tre squadre ciascuno. A passare sono le prime classificate e le migliori seconde di ogni girone, e i match non si disputano più al meglio dei cinque set ma dei tre. Le superfici accettate per i campi da gioco sono manto erboso, terra rossa, cemento o sintetico, e la squadra che gioca in casa ha la facoltà di scegliere il terreno.

Rafael Nadal e i suoi compagni di squadra © Gabriel Bouys per Getty Images

La nazione ospitante che non riuscisse a fornire un campo in condizioni come da norma e nell’orario stabilito, perde a tavolino. Sembrano elementi da poco ma, trattandosi di una competizione globale che coinvolge innumerevoli team da tutto il mondo, possono non essere banali, specie nelle fasi iniziali del torneo. Anche questo è il bello della Coppa Davis. Siamo però sicuri che Torino sarà un palcoscenico decisamente all’altezza e la speranza è che il team italiano, forte di una squadra competitiva, possa dire la sua, sfruttando anche la spinta casalinga.

 

(Foto di GETTY IMAGES)