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Davide Larocca

Quella pizza trovata dietro al letto

di GUIDO BAROSIO

Inverno 2020

Se ne leggono di tutti i colori: il mare reso ‘visibile’ in una pensione di Monforte d’Alba, l’albergo di Palermo che proprio non c’è, l’hotel ‘vicino allo stadio’ di Torino, che però non è quello della Juve (richiesto) ma l’altro, aperitivi imbevibili e letti sfatti, odori mefitici e quadri elettrici spalancati, sesso fragoroso nella camera accanto, alberghi con vista spazzatura e prostitute residenti, specchi che danno la scossa, minacce roboanti, camerieri che sfamano i topolini, mutande sporche trovate sotto il letto, ospiti a sorpresa nelle stanze, piatti immangiabili e surreali, conseguenti intossicazioni alimentari, esibizionisti caserecci, animali domestici e non, guasti di ogni genere e, infine, l’apparizione che ci è piaciuta di più, quella di una pizza abbandonata sotto il giaciglio.

Davide Larocca, l’autore, cita sempre il peccato e mai il peccatore, perché i giudizi «tutti raccolti dalle recensioni disponibili sul web con meticolosa ricerca» sono inevitabilmente legati all’attimo e alla valutazione dei singoli: «Mettere i nomi avrebbe significato condanna senza replica. E poi, nel tempo, possono essere cambiati i gestori e il servizio, conseguentemente, migliorato. Occorre anche tenere conto di valutazioni farlocche o tendenziose. A volte evidenti, quando un parere è totalmente dissonante rispetto agli altri, ma in alcuni casi il giudizio strumentale è ben mascherato, costruito ad arte, inserito apposta per creare danno, magari a un’attività concorrente». Ma il libro di Davide – ‘Le peggiori notti della nostra vita’ per Scatole Parlanti – è un folgorante capolavoro di umorismo generato semplicemente dalla narrazione, dalla meccanica degli eventi, senza ricorsi ad aggiunte o ritocchi: «La voce è quella del cliente scontento. Il testo è suo, semplicemente desunto dal web. Il giudizio, anche, è personale. Molte volte uno sfogo, in altre circostanze un monito rivolto a possibili clienti futuri. Ho deciso di parlare esclusivamente di strutture italiane, perché il materiale era già molto ampio così. Ma è stata anche una scelta voluta: quelle recensioni ci dicono qualcosa su di noi, sono uno specchio del nostro Paese».

Ho deciso di parlare esclusivamente di strutture italiane, perché il materiale era già molto ampio così. Ma è stata anche una scelta voluta

Il divertimento, a scapito di una clientela ironica o inferocita, è assicurato. Si ride, in qualche caso perfidamente, e si ride proprio di pancia. Come in ‘Tre uomini in barca’, o in uno di quei romanzi epocali di P.G. Wodehouse. «È vero, a rileggere il libro si scopre un’assonanza con certi protagonisti dell’umorismo ormai lontani nel tempo, a me vengono anche in mente Age & Scarpelli. Dalla mia ricerca, dalla somma delle esperienze, prende forma un racconto corale dove i viaggiatori – molti dei quali stranieri – mettono alla gogna un’armata Brancaleone che, nella maggior parte dei casi, è più goffa nel porre rimedio che nel creare disastri. Quello che colpisce è la sconfitta della ‘Sindrome di Tiffany’. Il turista affronta il viaggio, e il soggiorno, pensando, come la Hepburn nel celebre film, che nulla di male possa accadere in quel luogo. Se poi si leggono le recensioni presenti in rete notiamo anche fenomeni curiosi: i clienti possono essere entusiasti, oppure critici, della medesima esperienza. Se ne evince che il giudizio è insindacabilmente soggettivo».   

 Secondo te questi albergatori improbabili ‘ci sono o ci fanno’? Sbagliano perché non sono capaci, oppure agiscono da consapevoli disonesti?  

«Direi che si incontrano entrambe le situazioni. Molte delle vicende narrate sono talmente surreali che non possono essere il frutto di una progettazione. Ci sono padroni di casa veramente maldestri, incapaci, impreparati, distratti, cialtroni, inadeguati al proprio ruolo, ma in qualche caso anche teneri e buffi. Poi ci sono i professionisti del dolo, quelli che creano una trappola, spesso con la menzogna, per trarne lucro. E sono i peggiori».

Il cliente alla fine perdona o ci sono conseguenze legali?

«Questo non si può sapere, ma in qualche circostanza intuire. In una buona parte dei casi si arriva a un happy end, in molti altri la recensione feroce o ironica, che fa ancora più male, chiude la vicenda. Ma c’è anche un elemento che merita di essere valutato. La brutta esperienza, quando non ha conseguenze particolarmente gravi, entra nel mito del racconto. Certi aneddoti vengono condivisi più avanti con gli amici, sono le personalissime avventure delle proprie vacanze. Come narrazione hanno un valore maggiore rispetto alla visita di un museo o all’escursione in barca a vela. Ogni viaggiatore possiede il proprio irresistibile corredo di vicende ridicole e inattese».

Si può trarre qualche elemento statistico dal tuo libro? Ad esempio ci sono diversi aneddoti torinesi…

«Nel web si trovano gli hotel e gli appartamenti cercandoli per zona e per budget. Io ho trattato le principali mete senza preferenze. Lo stesso per il livello delle strutture, dove sono stato assolutamente trasversale. Tra le località più richieste ho notato che il Veneto è in vetta alle preferenze, con circa il 16% del totale. Forse nella scelta dei ‘casi’ torinesi sono stato leggermente condizionato dalla mia residenza».

Ecco, Torino, come valuti oggi la tua città?

«Il futuro di Torino è a un bivio. Occorre ripartire bene e in fretta, la città è cambiata, anche per il consistente calo demografico. Oggi non stiamo meglio di quattro anni fa, dobbiamo riprendere dei progetti creati in precedenza e poi abbandonati, come quelli legati alla cultura e al turismo, settori demoliti. E poi spingere sulle sfide urbanistiche, sulla rete dei trasporti urbani, dando corpo a una città più smart, altamente vivibile. Ecco, questa è la vera sfida: Torino può essere meno ricca di Milano ma più vivibile». Davide Larocca, prima di questo libro ha scritto due romanzi – ‘Lotta di classe all’agenzia investigativa’ per Robin Edizioni e ‘Tre mancanze’ per Scatole Parlanti – dove i temi sono generazionali e hanno per scenario le periferie urbane. «Sono argomenti che sento particolarmente vicini, anche dal punto di vista anagrafico. I giovani di cui parlo vivono un destino collettivo e hanno affrontato perdita di stabilità e arretramento delle prospettive. Hanno dovuto riprogrammare il proprio presente, prima ancora del futuro, ricorrendo all’arte di arrangiarsi. In questo scenario si è inserito il tema dell’immigrazione, che ha ulteriormente mescolato le carte. Chi arriva in Italia ha rapidamente assunto nuovi valori, che però sono quelli consumistici, visti come scorciatoia per l’integrazione ».

È un contesto dove vedi Torino come città laboratorio?

«Certo. Torino città di migranti, ma anche ordinata e settaria, è chiamata a dare risposte forti e strategiche».