Sono passati esattamente sessant’anni da Italia 61, ma la città sembra essersi dimenticata di un anniversario storico, meritevole di ogni attenzione. Perché – dal 1° maggio al 31 ottobre di quell’anno – Torino tornò a essere capitale, riprese una centralità internazionale che non aveva più dai tempi dei Savoia e trasformò urbanisticamente una porzione del territorio con progetti sorprendenti e avveniristici.
Fierezza e meraviglia, che però non superarono l’usura del tempo: edifici dismessi, altri in profondo degrado (Palazzo del Lavoro), la maggior parte cancellati definitiva- mente. Restano il mito e la narrazione, che Nico Ivaldi, giornalista e scrittore (questa è la sua undicesima opera), ha saputo riportare alla luce in un libro elegante e imprescindibile, dove si intrecciano la cronaca e la storia, l’aneddoto e la curiosità; ricco di immagini, grafiche, poster, disegni e fotografie, fondamentali per creare una macchina del tempo avvincente, con tratti di commozione e nostalgia per un’epopea che non ha avuto eguali.
«Proprio così – ci racconta Nico – perché Italia 61 non può essere equiparata alle Olimpiadi 2006, l’altro evento epocale della Torino contemporanea. I Giochi furono un punto d’arrivo, seppero pienamente valorizzare una città in progresso, dinamica e ambiziosa, pronta a ospitare un appuntamento universale. Furono l’evento emblematico per una metropoli che aveva già intrapreso un cammino fruttuoso. Invece, con Italia 61 si partì da zero, fu una visione e un esperimento. La grande guerra, con le sue distruzioni umane e urbanistiche, non era così lontana nel tempo. Torino, anche fisicamente, doveva ricollegarsi al mondo e, allo stesso tempo, doveva riscoprire una centralità nazionale che non c’era più. La zona di Italia 61, Torino Sud, urbanisticamente non esisteva, era una periferia abbandonata, una foresta urbana con sterpaglie e baracche, in assoluto degradata e senza occasioni di sviluppo».
Quindi la scelta fu strategica?
«Sì, perché permise di allargare i confini della città all’insegna di una nuova visione che, forse per la prima volta, guardava alle periferie. Gran parte dei meriti fu di Amedeo Peyron, sindaco dal 1951 al 1962, federalista ed europeista convinto, l’uomo che inaugurò numerose opere pubbliche, come l’Aeroporto di Caselle, l’Ospedale Martini Nuovo, la Galleria d’Arte Moderna, e che diede il via alla ricostruzione del Teatro Regio. Contro critiche e perplessità concepì la grande sfida universale di Italia 61, la vetrina della nuova Torino ma anche dell’Italia intera. Peyron guardava avanti, sognava una città aperta al mondo».
Torino come rispose?
«Benissimo e in modo compatto. La grande manifestazione era vis- suta con orgoglio da tutti e la città, nel suo complesso, fu all’altezza del compito. Queste occasioni vengono colte solo se diventano la sfida di tutti».
Fu l’esposizione delle meraviglie, se riguardiamo le foto e i progetti possiamo pensare alle metropoli del futuro, quelle immaginate dalla fantascienza ottimista degli anni Sessanta […] Architettonicamente Torino fece uno sforzo prodigioso con la costruzione del Palazzo del Lavoro, del Palavela e del Palazzetto dello Sport. All’epoca edifici all’avanguardia
In cosa Italia 61 è stata memorabile?
«Fu l’esposizione delle meraviglie, se riguardiamo le foto e i progetti possiamo pensare alle metropoli del futuro, quelle immaginate dalla fantascienza ottimista degli anni Sessanta. La monorotaia lasciava a bocca aperta, quei veicoli che procedevano sospesi tra terra e cielo restarono impressi nella memoria di tutti. I viaggiatori furono due milioni in sei mesi. E poi il Circorama, concepito dalla Disney, dove gli spettatori stavano al centro e sulla parete circolare veniva proiettato uno spettacolo a 360 gradi. Architettonicamente Torino fece uno sforzo prodigioso con la costruzione del Palazzo del Lavoro, del Palavela e del Palazzetto dello Sport. All’epoca edifici all’avanguardia».
Di questo scenario resta poco, e quello che non è stato distrutto gode di pessima salute…
«Purtroppo è così. È certo mancata la lungimiranza del recupero, ma occorre anche ricordare che allora non esisteva la “cultura del dopo”, quello che contava era il “subito”, fatto per emozionare e stupire. Nessuno pensava più di tanto agli utilizzi successivi. Oggi speriamo che si trovi una soluzione per il Palazzo del Lavoro, magnifico nella concezione di Nervi, ma troppo grande per essere mantenuto, riscaldato e reso funzionale».
A Torino ci fu un effimero di grande livello internazionale…
«Per mesi la città fu una delle capitali del mondo. Il calendario sportivo fu ricchissimo e arrivò persino il Santos di Pelé. A teatro si esibirono Modugno, Gassman, il Piccolo Teatro, Juliette Gréco, il Living Theatre… così Torino divenne una piccola Broadway. Le mostre furono memorabili: l’imponente L’uomo al lavoro coi padiglioni di tutte le nazioni, la Mostra storica del l’Unità d’Italia, la Mostra della moda, stile e costume e l’amatissima Mostra delle Regioni, conce- pita da Mario Soldati coi testi di Guido Piovene. Torino visse mesi di vitalità artistica e culturale ininterrotta».
Quali furono i visitatori più celebri?
«La regina Elisabetta, accolta come una star nel suo abitino giallo cromo, Walt Disney, Rita Hayworth e Ted Kennedy; suo fratello John, annunciato, invece non riuscì a venire».
Quanti visitatori?
«Il dato più attendibile è di sei milioni, qualcuno dice addirittura sette. Certo il numero più alto di sempre nella storia della città».
Nel tuo libro c’è tutto questo?
«Ho provato a restituire non solo la storia, ma anche le emozioni di questa vicenda straordinaria. Per questo le immagini, frutto di una ricerca minuziosa e della collaborazione di tanti appassionati, sono state fondamentali. Il mio non è un testo tecnico e asettico, ma vuol essere la narrazione di un mito. Mi piace pensare che lo si legga con gli occhi di allora, come se tutto fosse appena terminato».
Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
«Sì, ci sono due libri di prossima uscita. Un romanzo e la biografia di un torinese alla quale tengo molto, ma per ora preferisco non anticipare nulla».
Ci hai fatto rivivere Italia 61, ma qual è la Torino di Nico Ivaldi?
«Io amo tantissimo la mia città e non riesco a essere pessimista sul suo futuro. Però occorre conoscere e valorizzare anche la Torino che non si vede e che tanti torinesi neppure conoscono: quella delle periferie e dei quartieri. Da tempo io e mia moglie ci dedichiamo a un viaggio in città per scoprire questi spazi, uno alla volta, senza fretta, con tanta curiosità sempre ben riposta. Per me, la Torino del futuro dovrebbe essere anche quella dei mercati, che in ogni quartiere devono avere una propria anima caratterizzante, anche etnica. Una metropoli da conoscere tra la gente, nella propria realtà quotidiana fatta di scambi e di commerci, non certo quella delle festicciole un po’ fasulle e tutte uguali che mi mettono tanta tristezza. E poi la storia, il patrimonio, la narrazione, altrimenti si perde il gusto per la memoria che è una ricchezza formidabile».
