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Gianni Oliva

Il racconto della storia

di Guido Barosio

Primavera 2021

Un uomo con tre anime e altrettanti percorsi biografici: insegnante e preside, politico (assessore prima in Provincia e poi, con la giunta Bresso, alla Cultura in Regione), scrittore, con ben 42 libri all’attivo, tutti di storia. E quella storia che indaga i fatti del Novecento, a noi così vicini, ma spesso poco (o male) raccontati da una scuola che privilegia le vicende fino al Risorgimento, per poi spegnere la luce, o quasi. «Mi piacerebbe proporre una provocazione e – ci spiega Gianni – modificare i piani di studio in una prospettiva contemporanea. Forse sarebbe meglio riassumere per sommi capi le epoche più antiche e dilatare il tempo dedicato allo studio degli ultimi centocinquant’anni, i più drammatici e controversi, quelli che ci possono illuminare sul tempo che stiamo vivendo».

Ma il problema riguarda solo la scuola o anche chi scrive?

«La storia è importante quando diventa veramente storia. Gli scrittori italiani non raccontano ciò che è successo ma lo commentano. Pensiamo a Pansa, che è un grande giornalista e affronta la storia come giornalista. Le vicende che riporta sono sostanzialmente esatte, però manca l’inquadramento generale. Così si rischia la deformazione».

Perché ci piace la storia?

«Tutti siamo cresciuti sentendoci raccontare storie e il racconto è suggestione, un qualcosa che ci appartiene e ci attrae. Però occorre essere brillanti ed efficaci nella narrazione. I miei coetanei sono cresciuti con Storia Illustrata: la prima rivista che proponeva gli anni più recenti del nostro passato. E lo faceva bene, con taglio accattivante e divulgativo. Però per troppo tempo abbiamo subito la storiografia di matrice marxista, dove l’economia e la politica contavano più degli uomini. Invece gli uomini sono le figure centrali della narrazione storica, le più affascinanti. Poi è fondamentale inserire l’aneddoto. Perché rende le vicende più intime e personali. I protagonisti del passato si avvicinano ai lettori del presente».

I personaggi della storia contemporanea italiana sono accattivanti?

«Dipende. Dopo il Risorgimento abbiamo avuto figure granitiche, autorevoli, ma raramente empatiche. De Gasperi è stato un personaggio di valore assoluto, ma oggettivamente poco appassionante. Mentre la storia contemporanea internazionale ci offre Kennedy, Gandhi, Churchill, De Gaulle…».

Gli uomini sono le figure centrali della narrazione storica, le più affascinanti. Poi è fondamentale inserire l’aneddoto. Perché rende le vicende più intime e personali. I protagonisti del passato si avvicinano ai lettori del presente

La figura di Mussolini continua a sedurre, indipendentemente dal giudizio politico. Come mai?

«Perché Mussolini ha una personalità affascinante e ha rappresentato un fenomeno di forte discontinuità col passato, comprendendo, per primo, che esisteva l’opinione pubblica. Negli anni del fascismo l’Italia ha scoperto la società di massa, sono cambiati l’economia, la scuola, il ruolo della donna. Mussolini godeva di un consenso popolare come nessun altro. Recentemente ho riascoltato il discorso della dichiarazione di guerra, il ruggito della folla in piazza Venezia. Quello non era un consenso pilotato, ma un’acclamazione sincera. Ne sono ancora impressionato».

Il primo libro di Gianni Oliva è ‘Storia degli alpini’ (20 anni di riedizioni, un best seller), e tra le sue opere più popolari ricordiamo: ‘I Savoia’, ‘Foibe’, ‘Soldati e ufficiali, l’esercito italiano dal Risorgimento a oggi’, ‘La grande storia della Resistenza’ (l’opera divulgativa di riferimento sul tema), ‘Anni di piombo e di tritolo’, la prima stesura storica di grande respiro sul terrorismo rosso e nero. Gli ultimi due sono ‘La guerra fascista. Dalla vigilia all’armistizio, l’Italia nel secondo conflitto mondiale’ e ‘1940. La guerra sulle Alpi occidentali’. In questi giorni Gianni è però impegnato in qualcosa di profondamente diverso, la stesura del suo primo romanzo.

«Sì, questa è davvero una nuova avventura – ci racconta – a partire dal modo di scrivere. Io sono fortunato perché lavoro di getto e tutto procede spontaneamente, in maniera naturale. Nel romanzo questo approccio alla scrittura è fondamentale perché devi tenere il ritmo, non puoi mai rinunciare al richiamo della pagina successiva».

Che cosa racconti?

«La vicenda è ambientata sul Monte Grappa durante la Grande Guerra. I protagonisti sono tutti soldati che vengono dalla Val Sangone, che è la mia terra. Ci sono vicende belliche ma anche tante storie che si incrociano. Come in ogni romanzo corale compaiono riferimenti alla vita privata dei personaggi, vicende amorose e protagoniste femminili. La struttura del racconto mi appassiona molto e penso di finire entro l’estate».

Veniamo a Torino, come vedi oggi la tua città, anche in prospettiva elettorale?

«La struttura storica e sociale in realtà non è cambiata molto dal dopoguerra. Torino è una città conservatrice. Prima ci sono stati gli industriali, poi i dirigenti d’azienda, ma la catena di comando, la gestione del potere, non si è modificata di molto. L’unica vera novità l’ha portata Castellani. In quella stagione ci furono una strategia e una visione. Senza quel passaggio Torino sarebbe una città di capannoni dismessi e poco più. Dopo ci sono stati i grandi vecchi – Chiamparino e Fassino – che hanno gestito la situazione, anche Appendino non la vedo come un segno di discontinuità, avrebbe potuto essere un sindaco più giovane ma sempre di quella maggioranza».

Oggi le generazioni più giovani della politica appaiono sbiadite e prive di personalità…

«È vero, ma ci sono tante ragioni: da trent’anni la politica viene demonizzata e il ‘fare politica’ toglie prestigio sociale. I giovani che si sono appassionati hanno smesso rapidamente perché la politica non paga, anche economicamente. Se sei brillante scegli le professioni: hai riconoscimenti e guadagni migliori».

Quale può essere la Torino ideale del prossimo futuro?

«Occorre puntare sull’economia verde, ma come elemento di benessere e di sviluppo, il contrario della ‘decrescita’ che qualcuno vorrebbe. Poi servono più sinergie con Milano, le due città troppo vicine per essere così lontane. Occorre investire sulla cultura ma ridisegnare la cultura. Ad esempio abbiamo diversi poli sull’arte contemporanea, ma nessuno con un vero posizionamento internazionale. Le istituzioni museali devono aprirsi a grandi collaborazioni internazionali, che sono però fatte di scambi, e allora noi dobbiamo portare in tournée parte del nostro patrimonio. Penso ai pezzi non esposti dell’Egizio. Venaria è un contenitore splendido e dovrebbe ospitare mostre di altissimo livello, però servono manager e non funzionari. Ma i manager costano. Una cosa è certa: sono tutte azioni non più procrastinabili».

La Torino più amata da Gianni Oliva?

«Piazza Vittorio e poi i Murazzi, in particolare il tratto tra piazza Gran Madre e Corso Regina. Però oggi vivo fuori città, a Trofarello, dove mi godo il giardino e ritmi più rilassanti. Perfetti per scrivere. Sono un uomo che ha fatto ‘tante cose a metà, ma oggi il mio romanzo è in cima alla lista».

 


«Questa sarà la cultura a Torino»

Leggi l’opinione di Gianni Oliva, maggio 2020