Quanto ci piace commentare ciò che accade dall’altra parte dell’Oceano, che si parli del colosso Cina o, soprattutto, dei cugini a stelle e strisce. Probabilmente è uno degli sport preferiti di noi italiani, allenatori ogni giorno, chef all’occorrenza e, quando capita, anche esperti di geopolitica. Di conseguenza, con la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, si è nuovamente scoperchiato il vaso di Pandora, lasciando campo a strabordanti opinioni sulle nuove politiche globali, stravolgimenti epocali delle economie, rivoluzionari avvicendamenti etici.
In questi casi, al tavolo della discussione, l’unica grande esclusa è spesso la moderazione; e il dibattito gioca (con gran gusto e soddisfazione personale) praticamente solo sugli estremi. Paradiso o inferno, nuclearizzazione del globo o abbandono di ogni campo di battaglia da parte degli Stati Uniti, con Trump che è diventato di volta in volta fero, poi piuma, poi amicone di Putin, poi filopalestinese, in seguito primo degli israeliani, ultimo degli ucraini, e all’occorrenza perfino ultimo dei moicani, sia liberale che conservatore, sia uomo di senno che di spettacolo… in un tourbillon di interpretazioni personali che sicuramente non giovano alla comprensione.
Proviamo a fare un po’ d’ordine, se possibile, stabilendo qualche punto cardine da cui proseguire insieme.
- Sicuramente gli equilibri (o squilibri) attuali del mondo non verranno modificati in maniera assoluta dal giro di boa alla Casa Bianca, d’altronde non è mai successo.
- Trump deve portare avanti la sua retorica dell’America first, ma ovviamente non può tagliare i ponti, specie economici, con il resto del mondo (non sarebbe conveniente).
- Gli indicatori più interessanti delle novità in arrivo ce li darà il mercato (quindi un po’ veri, un po’ imbastiti) attraverso l’analisi di tassi, dazi e movimenti della Borsa. Il resto sono tanti specchietti per allodole.
- La guerra purtroppo è guerra, e a ogni latitudine prima finisce meglio è; a prescindere dal presidente USA vigente.
Insomma, per alcuni l’avvento del Tycoon simboleggia la fine del mondo, per altri la salvezza, ma cosa sarà di noi europei? Forse una delle consapevolezze che ci portiamo dietro da queste nuove elezioni è che dobbiamo sì guardare a cosa succede nel resto del mondo, ma probabilmente dovremmo anche pensare un po’ più a noi stessi. Se Europa deve essere (e per noi deve essere), sarebbe meglio concentrarci su UE e dintorni, con progetti seri e utili.
Un esempio? L’ETF, ovvero l’European Training Foundation, peraltro con sede a Torino, di cui abbiamo già trattato in un articolo passato. L’ETF lavora in una trentina di stati adiacenti l’Unione Europea con l’obiettivo di sostenere questi Paesi nelle proprie fragilità. Analizzando e affrontando problemi strutturali riguardanti il settore cruciale dell’istruzione; offrendo formazione di base e percorsi dedicati per creare competenze fondamentali a un mercato del lavoro sviluppato; facendo dialogare realtà del territorio in un’ottica di governance funzionale a tutti… Insomma, sostiene Paesi limitrofi all’Unione Europa, in molti settori, supportandoli nella propria transizione verso una condizione più stabile, diremmo “migliore”.
Perché citiamo il lavoro dell’ETF, seppur in modo un po’ generico? Perché è a Torino, perché probabilmente non lo conoscevate e perché è un utile strumento per il tema di oggi: dopo Trump, che sarà di noi? La risposta, come spesso capita, è appunto dentro di noi, e ci dice che forse è perfino la domanda ad essere fuorviante, perché dobbiamo tornare a metterci al centro. A chiederci cosa possiamo fare noi, e non cosa ci succederà in base a qualcun altro. L’ETF con il suo operato si rende testimonial di una strategia della reciprocità che punta a sostenere chi abbiamo intorno per migliorare noi stessi: una bella idea cui forse dovremmo dare più peso…
