Una Torino fieramente sociale deve lavorare affinché nessuno si senta mai un peso, a prescindere dalle sue condizioni e da ogni fragilità. Questa è, in somma sintesi, l’attività di Fondazione FARO, realtà benefica storica del nostro territorio, da sempre al fianco dei malati più gravi, attraverso supporto emotivo, cure palliative e ricerca. Una missione di umanità impegnativa e necessaria, di cui parliamo con Luigi Stella, direttore generale della Fondazione FARO.
FARO nasce nel 1983, all’inizio per assistere i malati oncologici, poi evolve in più direzioni: ci raccontate incipit e percorso?

«FARO nasce nel 1983 da un’esigenza personale del professor Calciati, nostro fondatore, che doveva assistere la moglie malata, e si trasforma in una visione tanto naturale quanto rivoluzionaria per quei tempi: nessuna persona deve affrontare né la malattia né il tratto finale della vita nel dolore e nella solitudine. All’epoca le cure palliative erano poco conosciute e quasi sempre associate a una “resa terapeutica”. In realtà la storia della Fondazione FARO dimostra il contrario: le cure palliative significano prendersi cura della persona fino in fondo, difendendone la dignità, le relazioni, i desideri, la qualità della vita. Anche grazie a FARO, le cure palliative oggi sono un diritto di vita e non un servizio di fine vita».
Una Torino realmente sociale tiene in considerazione tutti: in questo senso l’operato di FARO è particolarmente emblematico e culturalmente rilevante…
«Oggi una città si misura da come tratta le proprie fragilità. La Fondazione FARO e le cure palliative cercano di dare concretezza proprio a questo principio: l’idea che, anche nella vulnerabilità, ogni persona resti parte integrante della comunità fino alla fine della vita. Operare in una città come Torino, con la sua forte vocazione sociale, sostiene e rafforza il nostro lavoro».

La missione di FARO riporta al centro una sensibilità importante, intrisa di umanità, slegata dalle logiche ciniche che purtroppo rileviamo ogni giorno… Quanto è cruciale riappropriarci di questa dimensione?
«Le cure palliative sono l’unica branca della medicina che si prende cura non solo della persona nella sua interezza, ma anche dell’intero nucleo familiare. La relazione che instauriamo con i nostri pazienti è tempo di cura e così intercettiamo le criticità che oggi caratterizzano il nostro tempo: la solitudine e una povertà che non è soltanto economica. La Fondazione FARO si propone come incubatrice e generatrice di nuovi progetti nati dall’ascolto di questi bisogni emergenti, con un’attenzione sempre più ampia anche alle patologie non esclusivamente oncologiche. In questo contesto si inserisce la nostra sede di Casa FARO, nel cuore del centro cittadino, un vero e proprio presidio dedicato al sostegno delle fragilità».
Accanto alle cure palliative portate avanti anche l’ambito della ricerca?
«Certamente. La FARO dispone di un’Area Ricerca che, insieme all’Area Formazione, promuove valori, competenze e innovazione nel campo delle cure palliative, non solo all’interno della Fondazione, ma anche verso tutti gli operatori del settore e il sistema sanitario nel suo complesso. Riteniamo infatti che ricerca e formazione siano gli ambiti in cui fare politica con la “P” maiuscola, nel senso più alto del termine: condividere conoscenze, strumenti e buone pratiche per migliorare la qualità della cura. Dal controllo dei sintomi all’utilizzo di strumenti validati, fino alla comunicazione con pazienti e famiglie, il nostro impegno è costruire una cultura delle cure palliative sempre più diffusa e consapevole».

Il sogno di FARO per sé e per Torino?
«Il sogno della Fondazione è tanto semplice quanto difficile da realizzare: che nessuno si senta mai un peso nel momento della sua massima fragilità. Vorremmo che Torino sapesse vivere la propria modernità e le sue innovazioni preservando quell’umanità che da sempre la contraddistingue. Dobbiamo solo ricordare una cosa molto semplice: fino all’ultimo giorno una persona non è mai la sua malattia. Il nostro lavoro è prima di tutto un seme. Un seme che germoglia, anche nella neve».
(foto FONDAZIONE FARO)