La prof.ssa Chiara Benedetto è una professionista di riferimento nazionale e internazionale per la ginecologia e l’ostetricia, nonché presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna, realtà benefica nata in grembo al Sant’Anna diciassette anni fa. La visione? Una medicina sempre più evoluta e su misura che influenzi la progettazione stessa degli ospedali. Un altro passo decisivo di una Torino Sociale efficacie e puntuale. Ne parliamo con la presidente Benedetto.
In un mondo fatto sempre più di omologazioni ci piace molto l’idea che una Torino Sociale sia invece disegnata su misura… Lei è d’accordo?
«Assolutamente. Una città davvero sociale deve saper riconoscere le differenze. “Su misura” significa rispondere meglio ai bisogni reali delle persone. In sanità è ancora più evidente: ogni donna arriva con una storia, paure, desideri, condizioni familiari e sociali che incidono sul modo in cui vive la cura. Torino ha una tradizione importante di attenzione civile e innovazione: portarla nei luoghi di cura significa ripensarli non solo come spazi tecnici, ma come contesti capaci di accogliere e far sentire meno sole le persone. Una Torino sociale, per me, è una città che non omologa ma ascolta».

Come e quando nasce la Fondazione?
«La Fondazione Medicina a Misura di Donna nasce nel 2009 dall’iniziativa di un gruppo di donne con professionalità diverse, ma animate da una visione comune: mettere scienza, tecnologia e arte al servizio della cura e della salute delle donne per rispondere sempre di più e sempre meglio ai loro desideri. Il primo passo è stato l’ascolto dei bisogni profondi delle persone, tramite focus group. Da questo confronto è nato un percorso avviato all’Ospedale Sant’Anna, mantenendo uno sguardo più ampio: promuovere una medicina personalizzata e sostenibile, capace di diventare patrimonio culturale condiviso. Nel febbraio 2026 è diventata ufficialmente ente del Terzo Settore».

Quanto è importante oggi includere la personalizzazione emotiva, tecnologica, procedurale, anche di genere, nelle direttive attraverso cui disegniamo i nuovi ospedali?
«È indispensabile. Sicurezza ed efficienza restano fondamentali, ma non bastano. Personalizzare significa guardare alla persona, non soltanto alla diagnosi: usare strumenti più appropriati, rendere i percorsi più comprensibili, ridurre l’impatto emotivo dell’attesa, curare ambienti e contesto. Significa anche riconoscere che la salute delle donne ha caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali specifiche che devono entrare nella progettazione sanitaria fin dall’inizio. Questo è il contributo che la Fondazione cerca di portare, promuovendo una visione in cui innovazione, attenzione al genere e umanità procedono insieme».
Quanto viene fatto?
«Molto più di quanto si facesse in passato, ma non ancora abbastanza. La cultura sanitaria sta cambiando: si parla di medicina di genere, prevenzione, umanizzazione, benessere di chi cura. Tuttavia queste parole devono diventare prassi quotidiana. La Fondazione lavora per trasformare idee in progetti e progetti in modelli: tecnologie, ricerca, alta formazione, campagne di sensibilizzazione e azioni rivolte alla comunità. Nel 2025 sono proseguiti gli investimenti nella chirurgia ginecologica di precisione e nella ricerca sulle disabilità invisibili; nel 2026 si rafforza l’impegno sulla prevenzione, anche con percorsi rivolti alle scuole e alle nuove generazioni. La strada è tracciata. Ora occorre rendere la medicina su misura un criterio ordinario di qualità».

Ci racconta, attraverso alcuni progetti, la missione della Fondazione?
«La nostra missione nasce da una convinzione: la salute delle donne non può essere affrontata solo nel momento della malattia. Va accompagnata lungo tutta la vita, dalla nascita alla maternità, dall’età fertile alla menopausa, fino alle fasi più fragili dell’esistenza. Per questo lavoriamo su più dimensioni. Anzitutto, la prevenzione: promuoviamo campagne di informazione e sensibilizzazione per costruire consapevolezza. Poi ovviamente la ricerca scientifica: sosteniamo ricerche su endometriosi, cefalee, infertilità, depressione perinatale, benessere dei sanitari e stili di vita dopo il cancro. In questo solco si inserisce S.O.M.A. — Arte e Neuroscienze: un progetto che ha dimostrato come una specifica esperienza artistica condivisa migliori la qualità di vita di donne con un vissuto oncologico».
Altri “pilastri”?
«Sicuramente l’innovazione tecnologica: in questi anni abbiamo contribuito all’acquisizione di strumenti diagnostici e terapeutici di nuova generazione. Inoltre la formazione, motore di una medicina migliore. Attraverso il REC – Centro Universitario di Simulazione per l’Ostetricia e la Ginecologia, promuoviamo l’alta formazione e la certificazione delle competenze chirurgiche secondo standard europei. Infine, il programma Cultura e Salute, manifesto della nostra idea di umanizzazione. Con il “Cantiere dell’Arte” ridisegniamo gli spazi di cura per trasmettere serenità; “Vitamine Jazz” porta la musica dal vivo in corsia, trasformando il tempo della terapia in un momento di sollievo; mentre con “Nati con la Cultura” e il “Passaporto Culturale” promuoviamo la cultura come alleata della salute».

Una Torino Sociale ed evoluta non può prescindere da un’evoluzione delle sue strutture ospedaliere: a che punto siamo?
«A un passaggio decisivo. Progettare un nuovo ospedale non può voler dire solo costruire spazi più moderni o introdurre tecnologie più avanzate: significa ripensarlo a partire dalle persone che lo vivono. La medicina di genere deve entrare nella progettazione degli spazi e delle procedure. La Fondazione lavora da anni per portare questo sguardo nel dibattito sulla sanità: non ospedali “per le donne” in senso separato, ma luoghi di cura capaci di riconoscere le differenze e, per questo, più adeguati a tutti. Torino ha le competenze per diventare un laboratorio avanzato di questa visione: una sanità forte nella tecnologia, ma sempre incentrata sulla persona».
(foto FONDAZIONE MEDICINA A MISURA DI DONNA)