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L’anima della città

di Walter Comello

Selfie di un mito

Torino, Speciale 2023

I miti attengono a ciò che non c’è o non c’è più, hanno bisogno di tempo, si discostano dal reale per crearne di nuovi del tutto personali e come diceva Claude Lévi-Strauss: «Operano nella mente dell’uomo senza che lui ne sia cosciente». Così Giovanni Agnelli è mito oggi di un’epoca in cui il mondo era molto diverso. Diversa era un’Italia che ha contribuito a far crescere in modo determinante con il suo ruolo imprenditoriale, e la capacità di influire su una politica a cui apparteneva, nutrendo nei suoi confronti sentimenti controversi. Diversa era la sua Torino, sua per quanto amasse la sua città e per quanto ha contribuito a renderla così bella come oggi è agli occhi del mondo. Ma al di là dei miti e di come la gente ricorda o costruisce le proprie verità, degli uomini restano le parole che rendono nitida l’anima al di là del tempo. «Mio padre aveva grandi qualità, era assai delicato. Ma io mi considero nipote di mio nonno… Tutto quello che ho, l’ho ereditato. Ha fatto tutto mio nonno. Devo tutto al diritto di proprietà e al diritto di successione, io vi ho aggiunto il dovere della responsabilità». Aveva trascorso dai 14 ai 20 anni, un tempo fondamentale della sua formazione, con il nonno; tale era la sua ammirazione che non amava essere chiamato Senatore, perché questo spettava di diritto solo a lui.

Così Giovanni Agnelli è mito oggi di un’epoca in cui il mondo era molto diverso

Preferiva il titolo di avvocato, perché se lo era guadagnato studiando e prendendosi la laurea in giurisprudenza. Avvocato lo definiva il suo nome d’arte. «La passione per l’arte cresce con la maturità. Mio padre mi portava fin da bambino a visitare i musei perché riteneva che il bello educasse, che il gusto si affinasse dall’infanzia, e aveva ragione». Cosi amava portare i nipoti alle mostre per condividere ed insegnare loro il senso del bello. Era simbolo di stile, eleganza e raffinatezza e a tal proposito diceva: «Mi piacciono le cose belle e ben fatte. Ritengo addirittura che estetica ed etica si equivalgano. Le cose belle sono etiche, mentre le cose non etiche non sono belle». Diceva che la sua vita era per tre quarti la FIAT e le scelte aziendali passarono attraverso un etico senso di responsabilità: «Con i profitti a zero, la crisi non si risolve, ma si incancrenisce e può produrre il peggio. Noi abbiamo due sole prospettive: o uno scontro frontale per abbassare i salari o una serie di iniziative coraggiose e di rottura per eliminare i fenomeni più intollerabili di spreco e d’inefficienza. È inutile dire che questa è la nostra scelta». Riteneva che ogni cosa ben fatta potesse essere fatta meglio e questa ambizione divenne anche il suo impegno nello sport, la Ferrari, ma soprattutto la Juventus e di entrambi fece brand vincenti e amati internazionalmente. «La Juve è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia e orgoglio, ma anche di delusione e frustrazione, comunque emozioni forti, come può dare una vera e infinita storia d’amore». Di Tommaso Buscetta che si dichiarava sfegatato tifoso juventino diceva scherzosamente che sarebbe stata l’unica cosa di cui non avrebbe mai dovuto pentirsi. All’indiscutibile valore e senso del dovere verso la famiglia corrispondeva un interesse verso il femminile che non ha mai negato, ma anche mai amato. «Si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare. Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente assieme». La sua più grande sconfitta fu la morte per suicidio del figlio Edoardo, verso il quale vi era una profonda incapacità di comunicare. Giovanni Agnelli morì, forse non a caso, dopo soli tre anni per un tumore al fegato. «Un uomo che non piange, non potrà mai fare grandi cose». E per concludere un selfie indimenticabile: «Mi piace il vento perché non si può comprare».