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Torino futura

di Gianni Dimopoli

Chi ha paura dell’IA?

Torino, Estate 2023

Dall’assistente virtuale dello smartphone ai sistemi di riconoscimento facciale, dalla didattica al marketing, dalla medicina alle news, l’IA è già nella nostra vita di ogni giorno. Nella smart city di un futuro ormai prossimo, usciremo di casa e troveremo la nostra auto a guida autonoma che avrà lasciato il suo parcheggio per portarci al lavoro, ma intanto passerà a raccogliere altre tre persone perché, incrociando le loro agende, ha concluso che con un solo viaggio è possibile soddisfare le esigenze di tutti, evitando che tre veicoli in più circolino per le strade della città, aumentandone il traffico e consumando energia inutilmente. Fin qui tutto bene. L’idea di IA si è complicata però con l’arrivo di ChatGPT: si tratta di un chatbot (ovvero un robot che simula conversazioni umane) che usa una nuova tecnologia di apprendimento denominata generative pre-trained transformer.

Preoccupati per l'avanzata dell’Intelligenza Artificiale, non lo siamo però altrettanto di fronte alla ritirata dell’intelligenza naturale

In estrema sintesi, la grande novità di questa tecnologia consiste nel dotare i transformer di una più potente capacità di comprendere i testi, basandosi sul meccanismo dell’“attenzione”: la macchina riesce a pesare l’importanza di ciascuna parola all’interno di una sequenza in base al suo contesto, cosa che gli consente di catturare le relazioni tra le parole “a lungo raggio” (ovvero distanti tra loro, anche nel tempo) senza la necessità di dipendere da strutture sequenziali rigide (frasi brevi contenenti “parole chiave” con l’indicazione chiara dell’argomento di nostro interesse, come ben sa chi usa Siri o Alexa). È evidente che questa capacità di associazione e sintesi dei transformer va oltre la stupefacente, ma pur sempre semplice, capacità di ricerca su una base di conoscenza sempre più estesa. È qualcosa che li rende in qualche modo autonomi nel decidere quali informazioni correlare e come correlarle, e questo genera inquietudine: non possiamo infatti escludere che in pochi anni gli eredi di ChatGPT possano scrivere autonomamente i libri di testo delle nostre scuole, i nostri giornali (già inizia a succedere) e i nostri libri, gli strumenti insomma su cui si costruiscono le leggi della nostra convivenza, quelle che chiamiamo opinioni, convenzioni, cultura, etica. Siamo, per fortuna, ancora molto lontani dalla singolarità tecnologica, cioè una macchina in grado di combinare l’intelligenza collettiva di tutto quello che è conosciuto dall’umanità, con l’intera gamma delle emozioni umane: per intenderci, quanto ci racconta Transcendence, film del 2014 con Johnny Depp e Rebecca Hall, secondo me perfetta sintesi tra le profonde paure e le miracolose aspettative che l’umanità ripone nell’Intelligenza Artificiale. Preoccupati per l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, non lo siamo però altrettanto di fronte alla ritirata dell’intelligenza naturale. Mentre l’IA conosce miliardi di libri e documenti, e correla notizie e informazioni, noi leggiamo molto poco, sempre meno, e fatichiamo sempre più a comprendere testi che vanno oltre i 20 secondi di tempo di lettura. Questo limite si riflette nella nostra capacità di ascolto, e «Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio cervello, il cervello degli altri» (L. Da Vinci), come ben sa l’IA che, tramite i nostri smartphone, ci ascolta sempre.