«Felice di finire ‘nelle tue mani’», mi scrive Antonella Frontani come dedica sulla copia di ‘Dopo la solitudine’ che mi dona in preparazione all’intervista. Elegante, delicata, sorridente, si capisce fin dal primo incontro che Antonella è una donna (giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva) che sa come far danzare le parole. O, meglio, come farle suonare. Perché la sua passione per la musica è qualcosa che la guida fin da giovane. Ma andiamo con ordine. «La scrittura e la musica hanno sempre rappresentato, per me, una grande fonte di piacere. Niente Conservatorio, ma la voglia di accompagnare i miei momenti di relax con un sassofono. Niente studi letterari, ma la consapevolezza che scrivere sarebbe sempre stato il mio vero amore. Solo che non avevo il coraggio di farlo. Sai quella frase, “se non sei Tolstoj non ci provare neanche”… Ci volle l’incontro con un ottantenne reduce da Mauthausen – e la sua spinta – unito al sostegno di mio marito, per decidermi: basta guardare, basta recensire i libri degli altri. Era il mio turno». Nel 2015 esce per Garzanti il suo primo romanzo, ‘Tutto l’amore smarrito’, e nel 2018 ‘L’equilibrio delle illusioni’. ‘Dopo la solitudine’ profuma ancora di carta appena stampata.
Esiste un filo conduttore tra le tre opere?
«Probabilmente i miei personaggi. Sono spesso personaggi duri, antipatici, ma che con lo scorrere delle pagine si spogliano della maschera che si sono costruiti e, nel momento in cui mettono a nudo la loro debolezza, il lettore riesce persino a entrare in un rapporto empatico con loro. Trovo sempre interessante sottolineare la fragilità dell’individuo, noi siamo fragilità. E, di solito, questa è legata a un fatto accaduto nel passato. Come nel caso di Lorenzo, protagonista di ‘Dopo la solitudine’, che vede il suo nodo sbrogliarsi solo quando diventa consapevole del dono che suo fratello rappresenta».
Cosa significa davvero essere normali? Cosa significa essere diversi? Ciò che si distingue da noi dovrebbe incuriosirci, non spaventarci
Nello specifico, che tema hai scelto di affrontare in quest’ultimo romanzo?
«Il tema della normalità. Cosa significa davvero essere normali? Cosa significa essere diversi? Ciò che si distingue da noi dovrebbe incuriosirci, non spaventarci. Lorenzo, severo direttore d’orchestra e professore al Conservatorio, è abituato a prestare attenzione alla sola eccellenza e, quando si trova a confronto con un ragazzo affetto da Sindrome di Asperger, rifiuta immediatamente di includerlo nella sua classe. Paura dell’ignoto? Timore di non saperlo aiutare? Rimorso?».
Com’è nata l’idea di parlare di questa sindrome? Vuole essere una denuncia?
«Ho avuto modo in più occasioni di collaborare con associazioni dedicate a ragazzi con la Sindrome di Asperger. Mi ha attirato il fatto che noi ‘normali’ siamo in realtà impreparati e resistenti a cogliere la bellezza di queste persone. Non certo come Zoe, la ragazza di cui Lorenzo si innamora nel libro. Così, spesso noi pretendiamo di vivere nella nostra normalità, che però normale non è. Ad esempio Lorenzo, insegnando, cerca l’eccellenza, ma alla fine la mortifica; ama la musica ma non riesce a comunicare la felicità che uno spartito sa dare. È lui l’autistico emotivo, incapace di esprimere sentimento. Nelle mie intenzioni non c’è quindi la volontà di parlare di disabilità: piuttosto, di far riflettere sui pregiudizi e sulle fragilità umane».
La musica accompagna la storia sotto più punti di vista. Tanti i riferimenti a brani del repertorio classico (il serpente che evoca l’‘Adagio’ di Bach è davvero inaspettato), ma la musica è anche nel ritmo stesso della tua scrittura…
«Il riferimento alla musica è chiaramente autobiografico. Tutt’oggi suono il sassofono, ascolto musica in ogni momento del giorno e della notte e insegno Romanzo Musicale alla Scuola Holden. Non potevo esimermi dal rendere la musica uno dei coprotagonisti. Credo davvero che un romanzo sia come una partitura: se non funziona il ritmo, non funzionerà la storia. Amo la forza della scrittura onomatopeica, l’acqua che scroscia, il serpente che sibila. E nei momenti cruciali uso le note per sottolineare il pathos».
Però, c’è anche tanto silenzio…
«Sì, Lorenzo adora il silenzio. Bizzarro, vero? Lui che ‘fa’ musica, non riesce a coglierne in fondo la bellezza, per lui esiste solo la musica colta e accademica, senza emozioni. Solo Zoe, con i suoi capelli viola e i suoi tatuaggi, riuscirà a fargli cambiare punto di vista. Nelle prime pagine del romanzo, invece, la ritualità dei gesti di Lorenzo, metodica e pedante, viene accentuata dalla ricerca del non suono. Quando un rumore lo interrompe, la spazzatrice stradale – “che sarebbe silenziosa se non fosse per le spazzole giganti che ruotano” – il frusciare delle biciclette, il cucchiaino che gira in una tazzina, ne deriva un disturbo che per lui è intollerabile. Ve l’ho detto, è un autistico emotivo. Lancia persino, tra sé e sé, un appello ambientalistico: “Zero emissioni e il rumore? Al rumore non ci pensa mai nessuno”».
Proprio in queste pagine iniziali c’è una descrizione precisa e minuziosa di alcune vie e di bar storici di Torino. È stato un fatto voluto, quello di descrivere anche geograficamente la tua città?
«Devo ammettere che tutti i luoghi presenti nel romanzo sono stati verificati con attenzione da Garzanti. Sia per quel che riguarda Mumbai (dove vola Lorenzo prima di iniziare il suo viaggio di riscoperta), una città che adoro per i suoi edifici e i suoi profumi (egregiamente descritti nel romanzo dalla scrittrice, NDR), sia a proposito di New York, dove Lorenzo dovrà confrontarsi con la scoperta che cambierà davvero la sua visione della vita. Anche per descrivere le isole Andamane ho raccolto informazioni dettagliate sull’habitat e sulle popolazioni indigene, tutt’oggi resistenti all’occidentalizzazione. Nulla è inventato. Quanto a Torino, mi sono divertita a immaginare un percorso ideale tra le vie del centro: la Consolata, il Teatro Regio, Palazzo Madama, l’Archivio Storico… senza tralasciare alcuni dei locali più caratterizzanti, dal Bicerin a Zucca, di cui non manca un riferimento storico. I torinesi potranno divertirsi a riconoscere i luoghi da loro amati. I non torinesi potrebbero cogliere alcuni aspetti sconosciuti della città».
E poi c’è l’Umbria, la tua regione d’origine…
«Eh sì, nel cuore dei sui paesaggi straordinari, nella mia terra natale, avverrà la consacrazione dell’amore tra Zoe e Lorenzo. E, finalmente, arriverà la pace per Lorenzo. Ma non posso dirvi di più».

A prima vista si potrebbe pensare che Lorenzo riesce a ‘rinascere’ solo grazie a un viaggio. Si esce dalla solitudine solo partendo?
«Assolutamente no. Sia il dolore che la felicità sono cose che nascono dentro. Ma Lorenzo, che non è in grado di provare e gestire emozioni, quando vede quella pubblicità, ‘Sei alla ricerca di te stesso? Vieni nel Golfo del Bengala’, pensa che solo arrivando in un luogo dimenticato dal mondo potrà trovare la pace. Invece, per lui il punto più lontano da raggiungere è solo se stesso».
A che tipo di pubblico ti sei rivolta scrivendo un romanzo come ‘Dopo la solitudine’?
«Mi considero una ‘post-femminista’: le cose esistono e sono accessibili a entrambi i sessi allo stesso modo. Non penso di appartenere alla letteratura al femminile in senso stretto, anche se tendenzialmente piaccio alle donne in quanto donna e perché sovente parlo dell’amore. In realtà, però, sappiamo bene come tutti possiamo avere delle fragilità nascoste dietro le nostre maschere. Esiste per ognuno un modo per raggiungere la felicità ‘dopo la solitudine’».
(Foto di FRANCO BORRELLI)

