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L’anima della città

di Walter Comello

Per compassione

Torino, primavera 2021

La prima volta, prima di farlo, ci ho pensato per molto tempo. Quando facevo il turno di notte in ospedale, quando le luci erano spente da qualche ora, passavo a controllare se nelle camere tutto andava bene. Tutti dormivano e chi ancora era sveglio apprezzava il mio gesto come una particolare attenzione, inaspettata e al di fuori dei miei doveri contrattuali. Si sentivano protetti dalla mia presenza e d’altronde l’attenzione è l’unità di misura dell’amore. Mi soffermavo a guardare volti di cui non volevo conoscere il nome, di cui non volevo sapere la storia, nulla di loro. Quando dai un nome alle cose perdi l’oggettività delle tue azioni e il senso di ciò che è giusto fare. Guardavo però le loro rughe e mi chiedevo com’erano un tempo quei volti. Mia madre, prima di morire soffocata dal virus che giorno dopo giorno le ha tolto il respiro, era stata una donna bellissima. Era stata anche miss della cittadina d’origine della mia famiglia quando aveva diciannove anni. Aveva due gambe bellissime e occhi che facevano innamorare. Poi il tempo, la separazione da mio padre, la morte di mia sorella, le avevano incurvato la schiena e gli angoli della bocca.

Quando era ragazza era corteggiatissima, tutti volevano farla ballare alle feste di paese, poi arrivò mio padre e si innamorarono. Lei ballava solo con lui. Si faceva bella, ad ogni festa sempre più bella, sceglieva giorni prima l’abito e le scarpe da abbinare in modo perfetto. Lui le cingeva con decisione un braccio dietro alla schiena, la teneva vicino a sé perché tutti sapessero che era sua, mentre la mano sinistra insegnava l’amore alla destra di lei guidandola dolcemente nella danza. Walzer, mazurche, polke, loro erano i migliori, perché l’amore li rendeva tali. L’ultima volta che l’ho vista è stata in strada mentre la barella veniva caricata in un’ambulanza ferma sotto casa nel controviale di corso Re Umberto.

Ho promesso a quegli occhi ciò che non ho mantenuto. Lei ha fatto la fine di tutti gli altri. Dopo la sua morte ho capito molte cose,  mi ha insegnato che le cose vanno accettate per quello che sono e per quello che sono state

Oltre la mascherina dell’ossigeno che l’aiutava a respirare, gli occhi mi guardavano con paura. Troppe volte aveva sentito in televisione degli anziani portati in ospedale e da quel giorno nessuno li aveva più visti neppure per il funerale, se non di fronte al Cimitero Generale poco prima della cremazione. Ho promesso a quegli occhi ciò che non ho mantenuto. Lei ha fatto la fine di tutti gli altri. Dopo la sua morte ho capito molte cose, la sua morte mi ha insegnato che le cose vanno accettate per quello che sono e per quello che sono state. Dopo la morte di mia sorella per un incidente stradale in corso Moncalieri, la costante tristezza di mia madre mi aveva portato a pensare che io fossi meno importante per lei di quanto non fosse Francesca. Il dolore della sua morte non poteva contare di più della mia presenza. Solo dopo la morte di mia madre il ricordo di quell’ultimo suo sguardo mi dà pace. La morte porta via tutto, antichi rancori e cose non dette. Mors pietas. Ora so che è necessaria una dignità nella vita come nella morte e quando non c’è più dignità nella vita è necessaria una dignità nella morte.

Guardo il volto di questa donna nel letto di fronte a me, la vita per lei è finita perché è finita la sua dignità. Il suo corpo è per lei un peso da tenere in vita. Un inutile tempo che non aggiunge nulla né a lei né alla sua famiglia che tanto non rivedrà più. I suoi occhi sono già chiusi, il sonno e la sedazione mi rendono tutto molto facile e naturale. Prendo il cuscino in fondo al letto, sposto la mascherina dell’ossigeno, lo appoggio dolcemente sul suo viso in modo da avvolgerlo come in imprevisto gesto d’amore ed impedire all’aria di allungare inutilmente il suo tempo. L’accompagno in questi ultimi istanti di vita fino a sentire il suo corpo lasciarsi andare.

Chissà se aveva una figlia, chissà se l’ha amata. Mors pietas, non importa più.