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Città di carta

di Giulio Biino

Nel nome della giustizia

Torino, inverno 2019

Par di vederli. E, in effetti, sono sempre presenti: all’uno è intitolato il Tribunale di Torino, all’altro l’Aula Magna dello stesso Tribunale. Bruno Caccia e Fulvio Croce: un giudice, un avvocato. Ma non soltanto un giudice e un avvocato: a loro modo, due simboli. Simboli delle due guerre, devastanti, che il Paese ha combattuto negli ultimi 50 anni: lotta alla criminalità organizzata, lotta al terrorismo. Entrambi giustiziati. Entrambi massacrati senza pietà. Entrambi sacrificati sull’altare della giustizia e della legalità. Chissà quante volte si sono incontrati nelle aule del Tribunale, quanti caffè bevuti insieme, quante parole spese tra loro. Fulvio Croce viene assassinato il 28 aprile del 1977, Bruno Caccia il 26 giugno del 1983. «Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato il servo di Stato Fulvio Croce al servizio del regime democristiano».

Bruno Caccia e Fulvio Croce: un giudice, un avvocato. Ma non soltanto un giudice e un avvocato: a loro modo, due simboli. Simboli delle due guerre, devastanti, che il Paese ha combattuto negli ultimi 50 anni: lotta alla criminalità organizzata, lotta al terrorismo

Così rivendica l’azione un volantino, nel linguaggio tradizionale dei comunicati di guerra delle BR. Il perché del suo omicidio è scritto sempre in quel volantino: «L’ultima operazione controrivoluzionaria di Croce è stata l’assunzione della difesa di militanti della nostra organizzazione ». Durante il processo alle BR di Torino gli imputati avevano revocato il mandato ai legali di fiducia tuonando in aula: «Gli avvocati che accettano il mandato di difenderci saranno considerati collaborazionisti di questo tribunale di regime e di ciò dovranno rispondere di fronte al movimento rivoluzionario». Toccò proprio a Fulvio Croce, in quanto presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, assumere la difesa d’ufficio. «Avvocato», chiama una voce. Sono le 15.12 del 28 aprile. Ha appena parcheggiato la macchina davanti al portone del suo studio e sta per entrare nell’androne. Si volta e vede in faccia i suoi giustizieri: due uomini e una donna. Subito tre spari. Non appena è a terra, altri tre spari. Intanto Bruno Caccia indagava sulla scalata al Nord della ’ndrangheta, che a Torino stava mettendo radici: comprava ristoranti e alberghi, aveva messo gli occhi sulla Liguria e sui casinò di Sanremo e Saint-Vincent. Il mito degli anni Ottanta, tuttavia, era che al Nord la mafia non esistesse. «Torino è terra vergine, a Torino la camorra non attecchisce, le ’ndrine non toccano nessuno».

Ma Bruno Caccia a questo mito non credeva per nulla: e, in effetti, i suoi killer arrivarono dalla Calabria. «Con Caccia non si può parlare», fu questa la motivazione per cui vennero assoldati i due sicari: per non farlo davvero parlare più. Sono le 23.30 del 26 giugno: sta portando a passeggio, da solo, il cane. Viene affiancato da un’auto con due uomini a bordo. Non si scomodano a scendere: sparano 14 colpi e, per essere certi della sua morte, lo finiscono con ulteriori tre colpi. Oggi, vicino a Torino c’è una cascina confiscata nel 1996 a una famiglia ’ndranghetista che porta il suo nome. Sono centinaia le aziende e gli immobili confiscati alla mafia in Piemonte. Una ricchezza accumulata negli anni, in silenzio, mentre ci sono ancora tantissimi amministratori, politici, imprenditori che dicono: «La mafia al Nord non esiste». Due uomini che con le loro parole hanno riempito le aule di giustizia, due uomini che con i loro comportamenti, con la loro dirittura morale, hanno onorato Torino e l’Italia intera. Due uomini sui quali sono state spese centinaia di parole, scritti libri, tenuti convegni ma, in definitiva, due cittadini a ricordarci, per sempre, che la memoria è storia e non oblio.