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La morale del male

di Walter Comello

La prima volta

Torino, autunno 2020

Mi piace guidare quando piove, sentire il ritmo variabile delle gocce sulla carrozzeria, l’acqua che cola sui vetri, lo schizzare delle pozzanghere mentre le mie mani accompagnano il volante e il piede aumenta la sua pressione sull’acceleratore. Mi piace vedere la parabola dell’acqua a destra e a sinistra dalla mia potente automobile che schiaccia ogni cosa ha di fronte e gode di quanto alti sono i flutti. Non mi sento più solo e dire che un tempo era un insopportabile tormento. Mi piace guardarmi negli occhi nello specchietto retrovisore, confidare a quegli occhi i miei più inconfessati pensieri e qualche volta ascoltare la mia voce per capire che effetto fanno alle mie orecchie. Mi piace percorrere le vie del centro, guardarmi intorno e cercare alle fermate dei pullman, lungo i marciapiedi o sotto i portici, qualcuno. Quando piove è più facile e più bello.

Mi piace passare nei controviali di corso Vittorio verso Porta Nuova o intorno a Porta Susa perché ho il tempo di guardare, di scegliere chi mi piacerebbe. Gente che arriva o parte da Torino e in una notte di pioggia può sparire nel nulla. Mi piace cercare tra le vie come scegliere sul menù del ristorante. Il ponte della Gran Madre è un ottimo posto di caccia e lì intorno è pieno di ristoranti. Ho pensato queste cose molte volte e ho trascorso decine di notti percorrendo in lungo e in largo la città fino allo sfinimento della notte fonda. Ma questa notte ho troppo l’acquolina in bocca. Sento l’odore dei suoi capelli bagnati e mi eccito come un cane da caccia quando sente l’odore delle piume del fagiano. Non la vedo gran che in viso per i lunghi capelli sulla faccia. Una qualunque, vestita in un modo qualunque che voleva evitare altra pioggia e risparmiare i soldi del biglietto del pullman che non passava.

Mi piace guardarmi negli occhi nello specchietto retrovisore, confidare a quegli occhi i miei più inconfessati pensieri e qualche volta ascoltare la mia voce per capire che effetto fanno alle mie orecchie

Poche parole che non contano, so già dove andare. Il cane si sta trasformando il lupo. Corso Moncalieri, mi fermo nel piazzale vicino all’ex stazione dei vigili urbani con la scusa di fumare e fare due parole. I posteggi sono il posto migliore per fare ogni cosa, si deve vivere ogni giorno da persone qualunque, scegliere una persona qualunque, non avere nessuna ragione e sparire nel nulla, da dove sei venuto. La vita è determinata dal tuo libero arbitrio all’interno di un casuale evento. Io e lei siamo i protagonisti di un evento. Le ho detto che mi chiamavo in un modo qualsiasi e non ho voluto sapere il suo nome. Lei non lo sa, ma non è un incontro tra me e lei, ma tra un cacciatore e la sua preda, nessuno dei due ha un nome per l’altro e non ha nessuna importanza. Il nome obbliga ad una umanità che limita e non fa parte di questo progetto.

La lama risplende all’aprirsi del vano del cruscotto e il coltello appare in tutta la sua meravigliosa potenza, come un tenore sul palco illuminato dall’occhio di bue. I suoi occhi hanno cercato di fuggire dai miei mentre la sue mani inutilmente cercavano di uscire. La calma è la virtù dei forti. Girati! E guardami! Stai ferma e guardami! Mi piace il bagliore della lama illuminata dai lampioni e poi con questa accarezzarle il viso e farla danzare con i suoi capelli. Mi piace sentire l’odore della sua paura bagnata dalla pioggia. Mi piace fare tutto questo in silenzio e vedere le gocce che colano sui vetri. Mi piace prendermi il tempo prima di portare la seconda mano sull’impugnatura del coltello e attendere ancora un ultimo meraviglioso infinito istante. La punta della lama è al centro del suo petto. Guardami negli occhi. Non mi interessa il tuo corpo… voglio il tuo cuore! È stato come con la pozzanghera.