Con la copertina dedicata al re degli effetti speciali al cinema, James Cameron, non potevamo che cogliere la palla al balzo. Per tirare dove? Verso una delle più incredibili magie di cui è capace il nostro bellissimo e complicatissimo Paese: la burocrazia.
Una burocrazia che, specie nell’approccio al mondo del lavoro, regala in Italia effetti speciali che al confronto James Cameron può sembrare uno studente del DAMS. Un’iperbole (forse), che però ben introduce la burocrazia italiana, tanto bizantina quanto limitante, tanto impegnata ad arrotarsi sui propri principi, quanto in definitiva molto spesso contraddittoria o incoerente. Ecco il paradosso della burocrazia qui da noi (non sempre, sia chiaro): così impegnata ad essere meticolosa e ostativa nel suo agire, da divenire il contrario del motivo per cui è nata.
Ma ripartiamo dall’inizio. Se controlliamo sul dizionario, la burocrazia risulta come “il complesso dei pubblici funzionari”, ovvero l’insieme di coloro che si occupano di far funzionare lo Stato e tutto ciò che vi è connesso, in un mix (non servirebbe nemmeno dirlo) di controllo ma anche fluidificazione, di responsabilità e, teoricamente, desiderio di far sì che questa macchina giri sempre al meglio e a favore del bene della collettività. Tutto giusto, utile, necessario, perfino nobile.

“Scrollando” in giù il dizionario leggiamo però una seconda voce riferita al termine “burocrazia”, talmente rilevante da meritare la massima attenzione: “il dominio o l’eccessivo potere della pubblica amministrazione, con l’improduttiva pedanteria delle consuetudini, delle forme, delle gerarchie”. Una bella botta, ma incredibilmente azzeccata e rispondente al vero; il dizionario non mente, per definizione, ma descrive accuratamente. Ed è davvero paradossale, come dicevamo in apertura, il fatto che nella definizione originaria le attività dei pubblici funzionari debbano essere rivolte “all’interesse collettivo”.
Come è successo? Come si è passati da azioni volte al bene comune a forme di limitazione così clamorose? Come è capitato che uno strumento pensato da e per le persone sia diventato nel tempo uno strumento avverso alle persone? Il problema della burocrazia in Italia è antico, ma soprattutto radicato in un sistema caratterizzato da normative frammentate, sovrapposizioni di competenze tra diversi livelli di governo e una cultura amministrativa più concentrata sul “cavillare” che su obiettivi concreti.

“A saper bene maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente”, diceva il famoso Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi, e pare a volte di essere rimasti in quelle nebbie seicentesche nelle quali nulla è certo, nei tempi, nei modi, nei risultati. Una logica completamente dissonante rispetto a ciò attorno a cui però le imprese sono chiamate a ragionare, e questo paradosso valoriale genera distanza. E la distanza a sua volta genera sfiducia. E la sfiducia diventa quella nebbia che nasconde la strada da percorrere.
Ogni attività, dall’ottenere licenze al gestire operazioni quotidiane, è un processo lungo, costoso e soprattutto imprevedibile. Leggiamo ogni giorno sui giornali di come imprese straniere rinuncino ad avere a che fare con il nostro Paese proprio per colpa della burocrazia, rallentando e talvolta fermando ogni possibilità di sviluppo. La mala-burocrazia è un vero e proprio “effetto speciale” che non ci porta alcun beneficio, non è neppure neutro, anzi ci danneggia, e potrei stare qui una settimana a elencare situazioni esemplari.
Questo è un mondo nel quale sovente non ci si lancia in un’impresa perché la burocrazia ci crea troppi timori. Altro che Terminator e le distopie tecnologiche di Cameron: questo sì che è un futuro che non vorremmo più vivere.
