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Scenari economici

di Francesco Rotondi

Le relazioni industriali e la FIAT

Torino, Speciale 2023

«Ciò che va bene per la FIAT va bene per l’Italia», lo ha detto l’Avvocato. Queste sono le relazioni sindacali e/o individuali che dir si voglia. Esse non sono un fatto squisitamente aziendale, non riguardano unicamente il rapporto collettivo tra lavoratori e imprenditore, o tra rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro. Tralasciando l’egocentrismo (ancorché abbastanza aderente alla realtà dell’epoca) dell’affermazione dell’Avvocato, essa racconta una grande verità, ovvero l’idea che quanto accede nelle aziende ha un valore e una ripercussione su molteplici aspetti della vita quotidiana, e incide in modo persuasivo su aspetti economici, sociali ed emotivi.

La storia delle relazioni industriali della FIAT ripercorre tutta la storia del nostro Paese dagli anni ’60 in avanti.

E parlo di “storia”, poiché nella vicenda della più importante impresa industriale italiana vi è tutto ciò che è il vissuto di una società: da Valletta a Romiti per arrivare a Marchionne si sono attraversate, condizionate, vissute tutte le logge politiche, economiche e sociali del nostro Paese.

«Non esiste un “modello” perché le relazioni industriali sono un sistema di rapporti, ampio, diversificato che cambia in funzione di vari elementi quali il tempo, interlocutori e molti altri»

La grande immigrazione, il boom economico, gli anni ’70, il terrorismo, il sindacato… Tutto è passato dagli stabilimenti della FIAT, tutto ha avuto ripercussioni sul “rapporto individuale, collettivo di lavoro”, sul ruolo dei sindacati, sul potere contrattuale… Insomma, sulla vita di ogni italiano. Non posso ripercorrere la “storia”, ma ritengo che essa possa legarsi indissolubilmente all’accordo sindacale del 5 agosto 1971, un accordo che ha cambiato per sempre le relazioni sindacali in Italia.

Cinque mesi di trattative – all’indomani dell’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori – 2 milioni di ore di sciopero, 84 pagine di accordo! In quell’accordo ritornano regole, patti e strumenti che hanno governato le relazioni industriali di tutto il Paese per almeno 50 anni. Esiste quindi un metodo FIAT, un sistema FIAT di relazioni industriali? Rispondo citando il dott. Paolo Rebaudengo, storico direttore delle relazioni industriali di FIAT: «Non esiste un “modello” perché le relazioni industriali sono un sistema di rapporti, ampio, diversificato che cambia in funzione di vari elementi quali il tempo, interlocutori e molti altri».

Raccogliendo questa sollecitazione ritengo che le relazioni industriali debbano essere gestite da coloro che hanno una visione olistica del mondo in cui si trovano e riescono a vedere al di là del micro-tema per giungere a una sintesi sociale, industriale che possa andare nel senso del bene comune. Purtroppo in questi anni si è perso il senso del gran lavoro fatto nel corso dei decenni e parlando di relazioni industriali ci si riferisce solitamente a quello strano sistema tutto italiano di gestione delle crisi d’impresa: licenziamenti collettivi, cassa integrazione… Insomma l’assistenza alla distruzione del sistema imprenditoriale del Paese e il mite tentativo di lenire le conseguenze sociali di tutto questo.

Come si può vedere “sul campo” aveva ragione il dott. Rebaudengo quando affermava l’inesistenza di un “metodo” di relazioni industriali, ma sosteneva l’inserimento di esse in un contesto industriale, sociale e politico per gestire le sorti dell’attività d’impresa e dei lavoratori. Detto ciò, ritengo che le relazioni industriali possano avere un ruolo attivo e non solo certificativo, con lo scopo di modificare alcune politiche industriali proponendo soluzioni. Occorre una riflessione di sistema, di strategia, occorre cultura.

L’indagine deve spostarsi verso le ragioni di questo offuscamento, e dirò di più: noto un’intrusione politica nelle questioni sindacali, e questo è un male poiché il fine, il bene tutelato, la missione delle relazioni industriali, non riguarda il gradimento o meno di un’idea, ma ciò che deve essere fatto per il bene comune. Ecco perché non esiste un modello di relazioni industriali, perché le parti devono porsi degli obiettivi obbligatoriamente comuni e non personali.