Felice a Testaccio è un’istituzione della cucina romana dal 1936, uno di quei luoghi più legati al mito che alla ristorazione. Una mitologia che ci racconta di una storia diventata leggenda, iniziata alla fine degli anni ’30 e proseguita poi da Felice a Franco, e poi fino ai nipoti, che hanno esportato il culto di Felice anche fuori da Roma. Prima a Milano e poi, finalmente, un anno fa, a Torino.

Quando giunge Felice a Testaccio nella tua città, a spiegarti come si fa la cucina romana, è un po’ come quando ti capita il Real Madrid nel girone di Champions: sai che arrivano i galàcticos, e ci puoi fare poco. Noi, animati da un’istintiva curiosità, siamo andati a provare Felice a Testaccio, ormai “rodato” da dodici mesi torinesi, e vi raccontiamo com’è andata.
Prima, una doverosa premessa: il format dell’osteria che fu, quella che serviva solo vino, insomma la genesi di Felice a Testaccio, non c’è più. Come i vinili, le “mitraglie” di Batistuta e le mezze stagioni. Oggi Felice a Testaccio, soprattutto a Torino, ha tutta l’aria di un bel ristorante, con le luci soffuse, i mattoni a vista e una certa eleganza che non tralascia una buona dose di accoglienza (parliamo pur sempre di romani).
Detto questo, il menù è invece quello di sempre, con una proposta di piatti ambasciatori di una cucina romana autentica e verace. Ci sono le polpette di bollito, i tonnarelli burro, sugo e parmigiano, la carbonara, i saltimbocca alla romana, e poi la pajata, i carciofi (alla romana, non alla giudia), le puntarelle con le alici… Un lessico vero, non “piacione”, figlio di quasi un secolo di pura razza romana. Quindi: ci piace il connubio tra un locale al passo con i tempi, ma contemporaneamente con le radici ben piantate in una tradizione imprescindibile.

Ora la prova del gusto. Cosa abbiamo preso? Tonnarelli cacio e pepe, ovviamente. Perché senza cacio & pepe non c’è Felice. Ce la portano con il pecorino “appoggiato”, e ce la preparano al tavolo (graditissima mossa). Il risultato? La risposta alla domanda “ma perché vengono da tutto il mondo per assaggiare questo piatto?”. Una forza semplice, diretta, che va al punto senza tanti giri di parole. Nota sulle porzioni: abbondanti ma ben servite, come dovrebbe essere.
A costo di farci dare dei faciloni, noi per secondo scegliamo l’abbacchio al forno con le patate. Un manifesto più che una portata. Il profumo ne annuncia l’arrivo un paio di secondi prima, l’impatto poi è da cinema. Ricco, bello, godurioso. E il gusto conferma: tenero, nella consistenza e nel gusto (mai selvatico, mai invadente). Probabilmente il nostro piatto preferito.

In chiusura non un dolce, ma “il” dolce, un tiramisù al bicchiere che tra l’altro strizza l’occhio al nostro territorio, perché per il cioccolato Felice sceglie da una mezza vita Caffarel, buonissimo e piemontesissimo.

Tiriamo le somme. Dopo un anno dalla sua apertura Felice a Testaccio ha imparato a conoscere Torino e i torinesi. Deve e può ancora crescere, sicuramente, ma è senz’altro una bella notizia per tutti i gourmand cittadini. Perché? Perché qui si mangia una cucina romana vera, curata ma che fa assaporare un sentimento autentico. Una cucina che ci ha sorpreso, perché “gira” ancora come vorrebbe Felice, e quindi con le materie prime di stagione, con un lavoro fatto solo sul fresco, scelto quotidianamente, e che dunque fa variare il menù a ritmo stagionale.
Insomma, è sbarcato in città Felice a Testaccio, una buona nuova per l’intero ecosistema food cittadino.

