Modi decisi e sorriso coinvolgente, minuta ed elegante, uno sguardo che misura gli interlocutori mentre parla senza aggirare gli ostacoli, Rosanna Purchia è una donna di teatro col curriculum eloquente: dal 1972 al 1976 con la Nuova Compagnia di Canto Popolare nei sui anni d’oro, dal 1976 al 2009 col Piccolo Teatro di Milano, dal 2009 al 2020 sovrintendente al San Carlo di Napoli, dove ha portato l’ente al pareggio di bilancio per 12 anni consecutivi, partendo da una situazione di gran lunga peggiore rispetto a quella incontrata a Torino. Il suo compito al Teatro Regio si può sintetizzare in quell’aggettivo – ‘straordinario’ – che segue all’incarico di ‘commissario’. Chi mi legge non ha bisogno di lunghi preamboli, la cronaca ha riempito pagine assai poco onorevoli negli ultimi tre anni, mentre le aule dei tribunali avranno ancora del lavoro nei prossimi mesi. E questo quando è ancora vivo il successo al Festival di Edimburgo e si ricordano con emozione allestimenti di pregio dal prestigio internazionale. Ma la lirica in Italia è così: applausi e bilanci sovente non appartengono al medesimo spartito. Le scelte del cast – non quello che va in scena, purtroppo – decretano complicanze non sempre sanabili, a volte irrimediabili. Così arriva il momento del ‘commissario’, ‘straordinario’ perché ha vincoli precisi – di tempo e bilancio – ma pieni poteri, che vanno ben al di là di quelli del sovrintendente. In questa vicenda il Regio sembra aver pescato la carta giusta, perché il Ministero ha indirizzato a Torino Rosanna Purchia, napoletana, 67 anni, cuore appassionato ma rigore inossidabile, una solida esperienza in teatri che hanno fatto la storia, dove ha sempre creduto nella bellezza e nell’ambizione, senza la quale la bellezza è solo una chimera, inutile.
Il suo è un ruolo che nasce per raggiungere un obiettivo imprescindibile. Ce lo può spiegare?
«Il commissario nel suo mandato unisce due funzioni: quella del sovrintendente, l’unico responsabile della gestione, e quella del consiglio di indirizzo. Il fine non è solo riappianare il bilancio, ma anche riorganizzare la struttura, razionalizzandola, e proporre una stagione sostenibile ma ambiziosa artisticamente. La mia azione deve essere transitoria, veloce, efficace. Il tempo a disposizione è estremamente limitato: il mio mandato ha una durata di sei mesi, prorogabile di altri sei».
La mia azione deve essere transitoria, veloce, efficace. Il tempo a disposizione è estremamente limitato
La lirica italiana è universalmente apprezzata per il suo valore artistico, ma, quando si osservano gli aspetti finanziari, diventiamo il fanalino di coda. Periodicamente il sistema degenera e allora l’unica salvezza è quella di ricorrere a un commissario straordinario. Come mai?
«È vero, molte volte, purtroppo, i nostri teatri sono un disastro dal punto di vista economico. La lirica sconta un difetto di origine: in principio gli enti lirici erano totalmente pubblici, quando si crearono le fondazioni di diritto privato si passò a un sistema misto, di ispirazione privata, ma questo avvenne senza pensare che i teatri non hanno patrimonio. Una regola imperfetta è alla base delle crisi ricorrenti. Ma non è l’unico problema, manca una vera evoluzione culturale e si vive una relazione malsana tra enti e politica. Questo sistema va fortemente corretto se non addirittura rifondato».
A Torino come è stata accolta?
«Direi molto bene. C’è consapevolezza di una situazione da risolvere urgentemente. Io, appena arrivata, nei primissimi giorni a Torino, ho voluto subito vedere il sindaco, il presidente della Regione, le fondazioni bancarie, la stampa e i sindacati. A tutti ho spiegato che non c’è un piano B, non possiamo sbagliare, esiste solo il piano A».
Che stagione sarà?
«Sarà la migliore stagione che ci possiamo permettere, e lavorerò a stretto contatto con Sebastian Schwarz, il nostro direttore artistico, che è un patrimonio del teatro, la prima figura che ho riconfermato. Con lui completano l’organico del Regio due nuove figure: il direttore generale Guido Mulè e il direttore marketing Augustì Filomeno. La grande incognita dei prossimi mesi sarà l’evoluzione dell’epidemia, ma non possiamo assolutamente accettare forti limiti sulla capacità della sala. Il teatro ha grandi volumi e se ne deve tenere conto. Avendo meno spettatori sarà importante fare più recite, anche una al giorno. Il Teatro Regio deve essere aperto sempre, per la città e per gli incassi».
Lei arriva da grandi e felici esperienze nel mondo del teatro. Quali sono i suoi ricordi più intensi?
«Durante gli studi all’Università Federico II di Napoli mi sono immersa in una straordinaria esperienza teatrale e musicale: la Nuova Compagnia di Canto Popolare, con i fratelli Eugenio ed Edoardo Bennato sotto la guida del Maestro Roberto De Simone, un’esperienza che ha segnato profondamente il mio percorso professionale. Ho vissuto tappe significative che mi hanno portato a condurre la NCCP in giro per il mondo, ospite dei più importanti festival europei e non solo. Al Piccolo ho lavorato con personaggi straordinari come Paolo Grassi, Nina Vinchi e Giorgio Strehler, che considero il mio più grande maestro. A Milano sono stata direttore della produzione e dell’organizzazione, programmando e realizzando le stagioni gloriose con Strehler, Jack Lang e Luca Ronconi. Al Teatro San Carlo di Napoli – un gioiello italiano e mondiale – ho realizzato un vero miracolo, portando, e mantenendo, il bilancio in pareggio nonostante la grande crisi economica e finanziaria esplosa tra il 2009 e il 2015».
Qual è la forma di teatro che ama di più?
«Tutte e nessuna. Per me non ci sono generi differenti, ma solo teatro ‘bello’ e teatro ‘brutto’. Quello che conta è il valore assoluto, quell’emozione che ti arriva addosso e ti coinvolge. Io ho avuto la fortuna di ‘essere nel mondo’, circondata dai grandi che facevano cose magnifiche. Da loro, e con quelle esperienze, ho imparato che in scena non ci sono categorie e ad amare tutto ciò che è arte».
In questo teatro sono entrato per la prima volta da ragazzino. Era una recita scolastica che mi ha fatto innamorare. Cosa pensa di fare per il pubblico più giovane?
«Per me questa attività è strategica. Bisogna portare a teatro i giovanissimi, ma non bisogna tradirli mai, fin dalla prima rappresentazione. Solo così torneranno. Bisogna evitare che il nostro pubblico invecchi senza che, in parallelo, si immetta nuova linfa».
Oltre alle attività di biglietteria, come ‘si vende’ un grande teatro italiano?
«La biglietteria è un aspetto ma c’è dell’altro, molto altro. Un teatro come il Regio, o come il San Carlo, non deve essere solo percepito per gli spettacoli che ospita e produce. Un teatro è la sua città – Torino, Napoli, Venezia… – ma è anche l’Italia, il più forte di tutti i brand. Dobbiamo imparare a vendere nel mondo tutto questo, perché tutto fa parte del medesimo patrimonio. È la visione della nostra strategia di comunicazione e di marketing».
Cosa conosce e cosa ama di Torino?
«In queste prime settimane ho difficoltà a trovare un minimo di tempo per godermi la città. Ma, partendo dal mio teatro, faccio belle passeggiate, a volte anche perdendomi. Torino è una città dove si passeggia benissimo, tra le più belle che conosca, con la sua storia, coi suoi portici. Però ho anche un ricordo straordinario, avendo vissuto, per le Olimpiadi della Cultura, con Luca Ronconi, i giorni formidabili del 2006. Fu un’esperienza elettrizzante, magnifica, eravamo tutti orgogliosi di una città fiera della sua bellezza. Oggi Torino deve riprendere ad amarsi, perché ha eccellenze uniche, come il Museo Egizio, una gemma della cultura internazionale». Finisce l’intervista, Rosanna Purchia spazia con lo sguardo nella sala del Regio e aggiunge: «Strehler diceva: “Il teatro è un gioco per bambini fatto da grandi”. Per me non è stato un gioco ma un lavoro, il modo di imparare un lavoro, un modo di conquistare il lavoro e amarlo».
(Foto di LORENZO CARRUS e TEATRO REGIO TORINO)




