Nel 1971, in Germania, veniva per la prima volta inaugurata la tradizione di proclamare una “parola dell’anno”, particolarmente emblematica e rappresentativa di economia, cultura, società. Nel ’71 a vincere fu il termine “ribelle”. Oggi il riferimento mondiale per la “parola dell’anno” è l’Oxford English Dictionary, che nel 2022 ha decretato vincitore il termine “goblin mode”. Parola che lo stesso OED definisce come: «Un tipo di comportamento che è impenitentemente autoindulgente, pigro, tipico di chi rifiuta le norme o le aspettative sociali». Una parola nata per delineare l’umore di chi ha “faticato” a tornare alla vita dopo il Covid, evoluta poi come un rifiuto verso certi canoni estetici e valoriali contemporanei. In qualche misura dei “ribelli”, molto diversi probabilmente da come li si intendeva nel 1971.
Il termine “goblin mode” riflette un aspetto prevalentemente sociale: possiamo rivederne i tratti anche in economia?
«Certamente sì, sono due animali che si guardano: quando si entra in goblin mode un po’ ci si “ferma”, e questo è assolutamente (e penso anche volutamente) incompatibile con il concetto di evoluzione economica e culturale. È una sorta di fenomeno di ignavia dantesca, di immobilismo».
Quindi esiste un collegamento tra questo termine e i fenomeni economici attuali? Viene in mente la già citata “permacrisi” (candidata tra l’altro a “parola dell’anno” 2022).
«Faccio un passo indietro; sono sempre molto perplesso di fronte a frasi come “in ogni crisi ci sono opportunità”; intanto in ogni crisi ci sono crisi. Poi sì, si possono cogliere opportunità, sovvertire certe tendenze… Ma negare la crisi è incorretto. Il periodo attuale è di crisi, o permacrisi, e inevitabilmente ci caratterizza, porta a rassegnazione. Quindi, per rispondere, sì la sensazione rassegnata di essere sempre in crisi può condurre alla goblin mode. Qui rintroduciamo il tema dell’importanza del Social, la “S” della sigla ESG, già sottolineata più volte. Il valore di quella “S” è da intendere in senso ampio, perché oggettivamente esiste un problema sociale oggi, e sicuramente la sfera economica non può essere separata da esso».
L’AI scriverà poesie, magari anche bellissime, ma il substrato emotivo, l’anima, solo l’uomo potrà tirarla fuori
Breve “fuoripista”, quanto sono efficaci a livello comunicativo tutte queste sigle?
«Sicuramente sintetizzano i concetti, però occorre fare anche una piccola riflessione: parliamo spesso con acronimi (perlopiù inglesi), perfino i musei non hanno più nomi “estesi”; non sarebbe il caso di fermarsi a ragionare su quanto questo “nuovo” linguaggio non comporti forse anche una maggior superficialità del pensiero? Sono strumenti di sintesi utili, ma non devono diventare un modo per restringere i fenomeni, perché non riusciamo più ad avere il quadro generale».
A questo proposito, riassumendo appunto il quadro generale, lei ha parlato di capitalismo e l’ha definito “sociale”.
«Sì, un capitalismo puro, ma anche consapevole, e sociale, questa sembra essere nella nostra società la tendenza. Basti pensare all’emersione esponenziale del terzo settore, che, attenzione, è sempre un’impresa economica, ma figlia di questo capitalismo sociale; la sfumatura è leggera, ma assolutamente determinante».
In questi termini la “G” di ESG, che lei ha definito come la lettera più “sottovalutata” del trio, diventa invece fondamentale.
«La Governance è il modo in cui si governa un ente e l’ente si comporta. Il riflesso e la ricaduta ambientale, sociale… sono figlie del comportamento o del singolo o dell’ente. Diventa quindi un po’ velleitario disegnare cambiamenti positivi se non si cambiano i processi decisionali e le loro componenti. Da piccolo mio padre mi diceva “è il cane a muovere la coda, non il contrario”, e qui è la stessa cosa: è la testa che decide; ed è sulla testa che occorre intervenire».
Un altro aspetto sottovalutato, questa volta in ambito Social, è quello che riguarda arte e cultura. Lei in un’intervista ha detto che le imprese devono avere nel loro DNA arte e cultura non per beneficenza ma nel proprio interesse. Lanciamo una suggestione sul tema?
«Molto volentieri. Sì, è un aspetto che viene a volte dimenticato, direi perché si tende a ragionare per slogan. Abbiamo citato quello sulle crisi, ne citiamo un altro che mi lascia sempre interdetto: “la bellezza ci salverà”. La bellezza non salverà nessuno. La bellezza, intesa come arte, cultura, formazione… è un elemento fondamentale nella crescita delle persone e delle comunità; crea cittadini curiosi e consapevoli, aziende rivolte all’innovazione, soggetti rispettosi. Cultura non è solo aver letto “Guerra e pace”, ma portare i bambini nei musei con qualcuno che spiega loro per davvero, pensare borse di studio, finanziare la formazione… Sono azioni meno “appariscenti”, spesso immateriali, forse ce le si dimentica anche un po’ per questo. Piantare un albero è un gesto tangibile, ma un’impresa che investe in cultura si ricolloca, si posiziona più in alto, e il consumatore, soprattutto se giovane, oggi fa grande attenzione all’aderenza a questi valori. C’è la goblin mode sì, ma ci sono tanti giovani attivi, curiosi, interessati, che ad esempio scelgono prodotti e aziende in base a questo tipo di impegno».
Al contrario di temi “sottovalutati”, oggi un argomento con particolare esposizione mediatica è l’intelligenza artificiale…
«L’AI è forse oggi sovraesposta mediaticamente, probabilmente anche per motivazioni economiche. L’intelligenza artificiale cambierà il nostro quotidiano, perché non si tratta di meri ripetitori, ma di soggetti “nuovi”, che non ragionano più con 0 e 1, ma che posseggono nuvole di scelte e variabili. La riflessione a cui siamo chiamati è: nell’elaborazione di pensieri a basso valore aggiunto l’AI sarà sempre più veloce di noi (già lo è), noi dobbiamo quindi concentrarci su un’altra “gara”, ovvero sul pensiero creativo, eccentrico, eversivo. L’AI scriverà poesie, magari anche bellissime, ma il substrato emotivo, l’anima, solo l’uomo potrà tirarla fuori. Tornando al tema della formazione: oggi più di ieri non dobbiamo costruire generazioni abituate a ragionare per check-list, ma creatrici di rivoluzioni positive. Il nostro futuro passa anche da questo».
Seconda “puntata” insieme all’avvocato Fabio Alberto Regoli: ogni volta un dialogo costruttivo su dinamiche cruciali per il nostro presente, affrontato con le conoscenze e la competenza necessarie a un serio discorso sul futuro
Fabio Alberto Regoli, avvocato d’affari, ha trascorso la sua carriera in importanti studi nazionali e internazionali. Dal 2022 è equity partner di Grimaldi Alliance, studio internazionale italiano con oltre 40 sedi nel mondo e uffici anche a Torino
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