Dicono che il 7 porti fortuna, il 3 sia magico e il 9 potente, ma per un paio d’anni, a Torino, il numero giusto sarà il 5. Cinque come gli anni delle ATP Finals in città; come le dita di una mano che applaude un rovescio; come il bus che non arriva mai, ma che tutti continuano ad aspettare.
Il 5 per me non è un numero: è un ritmo. Ogni cinque anni la mia vita cambia. Non so se sia destino, numerologia o caso. So solo che succede. Il primo piatto preparato per MasterChef Italia lo chiamai “5 maggio”: petto d’anatra, crema di carote e curcuma, caramello salato alla mora. Tutti si chiesero: «Perché quel nome?». Alcuni pensarono a Manzoni, altri al calcio (gli interisti ancora lo ricordano). Il piatto prese tre “sì” e la mia vita cambiò, era il 2021 (2+2+1 fa 5). Un messaggio dal passato, un piccolo terremoto personale. Ma che noia starci a pensare troppo: il bello del 5 è che non ti lascia mai ferma. Ah, un momento: sono stata perseguitata anche dal 23, dopo aver visto un famoso film con Jim Carrey; e so che anche tu hai già visto un 5 in quel numero…
Adesso però facciamo un gioco: Torino in 5. Non perfetta, ma buona. Come un gelato che ti cola sul polso e ti costringe a leccarti come in una commedia francese.
La perfezione non è di questo mondo, e quando lo è, spesso sa di plastica
5 gusti di gelato da scoprire. Non i soliti pistacchio e nocciola – che, per carità, sono Torino quanto la Mole e la nebbia – ma: sesamo nero e cocco (esotico e rassicurante come le OGR: metà Tokyo, metà Torino); gianduia (sontuoso e avvolgente come la Mole: mastodontico e impossibile da rinnegare); zabaione (vellutato e antico, come il bicerin, un vizio senza età); tè matcha (verde e severo, come le colline e la brina che si chiedono: basteranno le gomme quattro stagioni?); bergamotto (elegante e narciso, come il Regio: un profumo che si mangia).
5 città che non sono Torino, ma servono per capirla. Iniziamo con Milano, la sorella competitiva, indispensabile per definirsi. Poi Parigi, ovvero l’amante elegante, grandiosa e fragile. Napoli è il caos vitale che bilancia la misura sabauda. Istanbul il ponte di mondi, come noi sospesa tra magia bianca e nera. Infine Québec City, lontana cugina francese, silenziosa e nevosa, ricorda la parte più intima della città.
5 luoghi di Torino per innamorarsi (della città, non per forza di qualcuno). Piazza San Carlo al tramonto: bella che perdoni anche il prezzo dei caffè; il Monte dei Cappuccini: romanticismo assicurato, anche se poi scivoli sulle foglie; il Quadrilatero: amore e aperitivi; le OGR: post-industriali e sexy; il Po, perché se non ti innamori guardando l’acqua, almeno puoi buttartici dentro (scherzo… più o meno).
5 modi di sentire Torino. Con il naso. Con le orecchie nei silenzi di domenica mattina. Con la lingua: sì, qui parliamo di cibo. Con lo stomaco: pieno, perché a Torino “uno spuntino” è un pranzo di matrimonio. Con il cuore: che a volte brontola, ma poi resta. Ecco il nostro gioco del 5. Non perfetto, ma sincero. Perché la perfezione non è di questo mondo, e quando lo è, spesso sa di plastica. Meglio un gelato che ti cola addosso, un tramonto storto, un amore che non dura, ma che intanto ti scalda. Perché, in fondo, l’imperfezione è l’unica cosa che non tradisce mai. Torino non è perfetta, ma ostinata, ingombrante, viva abbastanza da restarti addosso.
