Ci sono ricordi che non tornano quando li chiami: tornano quando li mordi, li annusi o li spalmi sulla lingua. Proust ne è la prova vivente, o meglio, letteraria. Gli bastò una madeleine per ripescare l’infanzia come se avesse premuto rewind. Niente sedute di autoanalisi, niente archivi digitali: un dolce. È così che funziona la memoria quando passa dal cibo. Si comporta come un regista estroso: zero preavviso, molta creatività.
Ne ho parlato anche al TEDxPavia, raccontando come i sapori siano in realtà dei tasti emotivi nascosti. Una crema allo zabaione può riportarti nella cucina della nonna più velocemente di un album di foto; un gelato al pistacchio ti riporta al chiosco dell’estate in cui ti sembrava di poter conquistare il cosmo con le ciabatte ai piedi; un sorbetto al limone ti riporta a quel pomeriggio in cui il mondo pareva tutto semplice (spoiler: non lo era).
Il cibo tiene in memoria più di quanto faccia il nostro cervello la mattina presto. E il gelato, per me, è la scorciatoia più simpatica: fresco, leggero, mai drammatico. Ti riporta a casa con il sorriso, senza neanche dirti “te l’avevo detto”. Forse è per questo che il cinema, quando parla di cibo, diventa immediatamente irresistibile.
Ci sono film che non esisterebbero senza un sapore
Ci sono film che non esisterebbero senza un sapore. In Chocolat il cioccolato mette in subbuglio un intero villaggio; in Julie & Julia ogni ricetta è un micro-plot twist; in Ratatouille basta una forchettata per sciogliere un critico glaciale; in Il sapore del successo cucinare è praticamente uno sport estremo; in La grande abbuffata il cibo diventa la partita più assurda mai giocata sullo schermo. E poi c’è Il Padrino: un film epico in cui persino il sugo ha una parte da protagonista. Il cibo al cinema fa andare avanti la trama. E nella vita succede lo stesso.
Mentre riflettevo su quanto un gusto possa cambiare l’umore più di qualsiasi discorso motivazionale, il Torino Film Festival portava sullo schermo storie che si muovono con la stessa naturalezza dei ricordi quando arrivano all’improvviso.
Eternity ha la delicatezza di un fiordilatte che sembra semplice ma non lo è; Norimberga è un fondente che non scende giù senza lasciare il segno; Bobò è un sorbetto al pompelmo: fresco, ironico, con una punta di sorpresa; Zorro è la stracciatella che conosci già, ma che riesce comunque a stupirti; Kiss of the Spider Woman è quel gusto particolare che ordini perché vuoi capire chi sei quel giorno. Sono film che toccano, stuzzicano, muovono… proprio come i sapori.
E mentre parliamo di memoria, cibo e cinema, sulla locandina ci osserva Paul Newman. Con quello sguardo mezzo serio e mezzo “so cose che non sai”, l’equivalente umano di un gelato alla crema che non si scioglie mai. Newman sembra dire che anche lui aveva un gusto capace di metterlo di buonumore all’istante. Forse vaniglia, forse torta di mele, forse una limonata d’estate. Di sicuro qualcosa che funzionava meglio di qualsiasi colonna sonora.
Alla fine, la memoria è un film che continua a girare, anche quando credi che i titoli di coda siano finiti. E il cibo, che sia una madeleine, una polpetta del Padrino o un gelato che ti cola sulle dita mentre cerchi di salvare la maglietta, è il modo più semplice, immediato e frizzante per premere play senza complicarsi troppo la vita.
