Tra i primi concetti incontrati nello studio dell’analisi matematica, c’è quello di gradiente: si tratta di un numero, un semplice rapporto che misura la variazione di una qualunque grandezza rispetto al tempo. Quanto più grande è questo numero, tanto più apprezzabile è il cambiamento nella finestra di osservazione presa in considerazione. Un esempio semplice di gradiente è la velocità: se un’ora fa ero in piazza San Carlo e adesso sono al centro commerciale del Lingotto, a circa 4,5 chilometri di distanza, posso affermare che la mia velocità è stata di circa 0,7 metri al secondo. Attenzione: nulla posso dire circa la velocità reale, istantanea, con cui mi sono mosso, perché in effetti non so quale percorso ho effettivamente fatto; avrei potuto essere più preciso se avessi registrato la mia posizione a intervalli di tempo più brevi.
Tutto questo per dire che quando si parla di cambiamento, è essenziale dichiarare non solo i punti di partenza e di arrivo considerati, ma anche il tempo intercorso, ben consapevoli che le due fotografie, iniziali e finali, nulla possono dire su cosa è successo nel frattempo.
Arrivato a Torino, quasi mezzo secolo fa, ero solito usare il tram, quello della linea 10 dell’epoca, quattro volte al giorno per raggiungere il Poli e poi tornare a casa in Barriera, sia alla pausa pranzo sia al termine delle lezioni nel tardo pomeriggio. Erano gli anni in cui il tram 3 attraversava via Garibaldi, e le piazze San Carlo e Vittorio erano enormi parcheggi a cielo aperto. Porta Palazzo, anche la domenica mattina, risuonava di tutti i dialetti d’Italia e le feste di via erano veramente occasioni di festa.
Oggi, quella che percorro quotidianamente a piedi da Mongreno a piazza Castello, è tutta un’altra Torino: migliore o peggiore, ognuno avrà il suo giudizio di merito. Il cambiamento abbiamo potuto coglierlo continuamente: di volta in volta, diverse ne sono state le direzioni più visibili, ma alcuni trend sono stati una costante in questi lunghi anni. Ciò che chiameremmo il gradiente di lungo periodo, meriterebbe un’attenta riflessione che ovviamente non può trovare spazio in queste poche righe.
Qui mi basta richiamare solo alcuni fenomeni macroscopici: la popolazione residente è diminuita e invecchiata, mentre è aumentata la popolazione studentesca; la grande industria è sparita, solo parzialmente sostituita da un eccellente terziario avanzato e una timida offerta di servizi turistici; mercato del lavoro poco dinamico; invidia sociale in aumento e sicurezza percepita in calo; tempi di attraversamento della città peggiorati, anche se migliori di tante altre città italiane; si vive di più e meglio, con un’assistenza sanitaria di prim’ordine e spazi pubblici accessibili e gradevoli.
Luci e ombre, ovvio, ché non esiste una terra dove non ci son santi né eroi; e se non ci son ladri, e se non c’è mai la guerra, forse è proprio la città che non c’è (semi cit.). Ma Torino c’è, per fortuna: cambiata, come siamo cambiati noi.