Ho visitato Chemnitz, Capitale Europea della Cultura 2025, riconoscimento per il quale Torino si è candidata nel 2033. Questa città– 250mila abitanti – ha avuto un ruolo di rilievo assoluto nella storia economica tedesca. Tra il XIX e il XX secolo fu la più ricca dell’intera Germania, perché qui, come nell’inglese Manchester, nacque il manifatturiero. Ebbe il suo Agnelli, August Horch, fondatore della casa automobilistica col proprio nome e del colosso Audi. E oggi nei suoi ex stabilimenti, su una superficie di 6.500 metri quadrati, centinaia di vetture raccontano 115 anni di una fantastica epopea. Un museo vivo, partecipato, dove si celebrano la civiltà dell’auto e quella del lavoro. Un luogo di culto per intere famiglie, anche adesso che di auto non se ne fanno più, e la comunità vive di cultura, creatività, tecnologia, turismo.
Il parallelo con Torino pone dei quesiti: abbiamo la medesima disposizione d’animo? Consideriamo la nostra tradizione automobilistica come un punto fermo della nostra storia e siamo consapevoli dell’importanza di fare impresa? Perché fare impresa, creando di conseguenza posti di lavoro, è in realtà l’unica attività umana che può garantire benessere e sviluppo a un territorio. Sono domande aperte, sulle quali è fondamentale si ponga attenzione. Oggi abbiamo il merito di aver intrapreso nuove strade in nuove possibili economie – tecnologia, sostenibilità, new economy, aerospazio, cultura, arte, turismo, salute – ma occorre ricordarsi che, ad ognuno di questi ambiti, occorre abbinare una parola: lavoro.
La civiltà ha bisogno di poeti e sognatori, come di lucidi imprenditori
Anche solo per la semplice considerazione che, se vogliamo che i giovani di questa città restino qui dopo gli studi, e che quelli che da tutto il mondo arrivano per formarsi ad alto livello, nelle nostre Università e Politecnico, rimangano e trovino ipotesi di vita e lavoro qualificato a Torino, dobbiamo creare le condizioni perché il lavoro appunto esista.
E in questo imprescindibile scenario troveremo sempre l’imprenditore, talento visionario e pragmatico, come lo furono August Horch e Gianni Agnelli. Perché “imprenditore” è termine generato da “impresa”, un percorso, rischioso ed eroico. La civiltà ha bisogno di poeti e sognatori, come di lucidi imprenditori. Senza i primi rinunciamo alla bellezza, senza gli altri non sapremo come mantenerla e come mantenerci. Torino Magazine, nei mesi che preparano la ripartenza, ha scelto il tema del lavoro. Oggi siamo come Chemnitz, Manchester, Malmö, Bilbao, Liverpool… Città che non sono più quello che erano. Tutte a far qualcosa che oggi si fa altrove, ma il DNA del saper intraprendere non è andato smarrito, sono gli scenari a mutare.
La Torino manifatturiera è scomparsa, ma l’auto deve essere protagonista in modo differente. Headvisor – Business Process Reengineering sintetizza così il concetto di Automotive: «Con il termine automotive si indica la filiera di industrie coinvolte nella produzione automobilistica. Automotive comprende tutto il ciclo produttivo di aziende che si occupano di progettare, produrre, pubblicizzare e vendere i veicoli a motore oltre che tutta la componentistica». Siamo di fronte a qualcosa di più sfidante ed evoluto. Dove Torino può trovare i suoi spazi e un suo ruolo. Le nuove vocazioni – benedette siano – andranno a completare lo scenario. In Europa le città di medie dimensioni lavorano in questa direzione. Facciamolo anche noi e facciamolo rapidamente.
Per la nostra cover abbiamo scelto un imprenditore, Alberto Di Tanno, che sta scrivendo il futuro dell’automotive partendo da Torino. Vi invito a leggere con attenzione la sua intervista per conoscerlo meglio, perché la sua è una storia di tenacia e passione, in cui visione e scelte hanno saputo condurre a risultati tangibili. Per noi non è esclusivamente il volto di copertina, ma una figura emblematica di un modo di intraprendere che mette insieme le nostre radici e l’attitudine ad affrontare il futuro. Perché le città sono fatte di uomini e dei risultati che questi sanno ottenere.
