Roma è la città eterna, custode di un patrimonio artistico e monumentale unico al mondo. Milano è pragmatica, laboriosa, organizzata, la più internazionale delle città italiane.
Ma come si posiziona Torino nella patria dalle innumerevoli capitali? Nella nazione che ha inventato – e più volte reinventato – il concetto stesso di città? Torino è “visionaria” perché anticipa e sorprende, perché è sempre stata sfidante, a tratti anche spiazzante, immaginifica, con un ruolo a sé nei destini nazionali. Sentenziò Umberto Eco: «Senza l’Italia, Torino sarebbe la stessa. Ma, senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa».
Eppure, ortogonale ed elegante, Torino ti inganna: nulla, o quasi, sembra essere il preludio al visionario che pulsa nelle sue vene. Ma, chi frequenta la metafisica e le sue atmosfere, sa bene che l’ordine è lo scenario ideale per il sorprendente, che cerca angoli retti per manifestarsi e prendere slancio.
La storia, materia maestra di conoscenza, ricorda che: Torino si inventò l’unità d’Italia (realizzandola dopo oltre mille anni di dispute), poi diede corpo alla prima città industriale, immaginando “la fabbrica”; parallelamente, inappagata, diede i natali al cinema, alla moda e allo sport nazionale. Sempre prima degli altri, quando gli altri ancora non ci pensavano.
Auto sì, ma anche laboratorio culturale negli anni Cinquanta e Sessanta, con Einaudi in città e Olivetti a pochi chilometri. Qui si teorizzava (e si metteva in pratica) un nuovo modo di produrre, dove: «La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia».
La Torino del visibile, però, coesiste da sempre con la sua dimensione esoterica, diversamente visionaria. Rol e Fetonte col carro di fuoco, le leggende del Graal e le grotte alchemiche, la magia bianca e quella nera. Quasi fosse un magnete del religioso e del soprannaturale, Torino ha “attratto” la più preziosa reliquia della cristianità, la Sindone, e la più formidabile raccolta di reperti egizi al di fuori della terra d’origine.
La nostra scelta di Orson Welles in copertina asseconda la città visionaria. Perché Torino celebra il suo genio anticonformista – chi più visionario di lui? – con una mostra in quel gioiello architettonico che non ha eguali al mondo: la Mole (nome omen), tempio siderale che starebbe bene ad Angkor, ma si erge nel cuore d’Europa. Oggi sede di un museo dove il cinema “si immagina” (appunto), per lasciarti senza fiato.
In questa epopea torinese – tra astratto e concreto – Torino Magazine ha il suo ruolo, piccolo ma significativo. Nasce come primo city magazine italiano, anticipando i tempi e le mode. E nasce quando nessuno pensava che potesse nascere e persistere. Oggi porta, con il piglio di un ragazzino, i suoi 38 anni, e continua a raccontare la città che gli piace, visionario come lei.
