Nella mia intervista ad Aldo Cazzullo, lo scrittore italiano – con due milioni di copie vendute – è esplicito: «Torino non è mai stata così bella, ma oggi “conta” molto meno di prima».
Quando si parla di nuove vocazioni sottolinea: «La cultura dell’accoglienza offre prospettive interessanti. La città piace perché offre un patrimonio di eventi ad alto livello. Poi ci sono istituzioni assai ben condotte, come il Museo Egizio». Ciò che manca è la consapevolezza dell’identità: «Dobbiamo rivendicare la nostra storia: coraggiosa, gloriosa e nobile. Del Risorgimento, che è roba nostra, dobbiamo andare fieri».
I progetti rivolti verso il futuro – vitalizzanti e imprescindibili – hanno bisogno di solide radici, perché altrimenti prevale l’effimero, la piacevole ebbrezza di una stagione che potrebbe anche non ripetersi. Le città, creature viventi metropolitane, ci parlano solo se le sappiamo ascoltare. Torino non può essere Torino se non è consapevole di essere risorgimentale, elegante, operosa e operaia, regale. Elementi solo apparentemente inconciliabili, ma in realtà punti di forza autorevoli di una storia magnifica. Allora la nuova Torino li deve inglobare, raccontare, rendere soggetto attivo delle nuove vocazioni: il cinema, il turismo, la tecnologia, i grandi eventi. Invece, troppe volte, lasciamo che queste eccellenze rimangano reperti da museo.
Le città, creature viventi metropolitane, ci parlano solo se le sappiamo ascoltare
Che Torino sia stata la prima capitale d’Italia (dopo aver fatto l’Italia!) dovrebbe essere parte costitutiva del nostro city brand, se mai l’avremo. Pensate, invece, a come vivono la propria storia Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, persino Polonia… E veniamo agli orizzonti internazionali. Perché la propria identità, i propri valori, non vanno solo raccontati ai vicini di casa, ma al mondo intero. Non certo per autocompiacimento, ma per auspicabile business.
Io vorrei una “Turin Week” a Londra, Parigi, New York, in Cina e negli Emirati. Vorrei che partecipassero i teatri e i musei, gli imprenditori e gli chef, gli artisti e i musicisti. Esponendo, nel racconto, i nostri re che hanno fatto la nazione, insieme ai protagonisti del presente e del futuro. Contaminazioni per coinvolgere ed emozionare. Oggi si fa così. Ma vorrei anche venisse messo a profitto ciò che ci siamo guadagnati. Abbiamo fatto quattro edizioni delle Finals, con una città magnifica e una venue altrettanto, ma non abbiamo invitato, come avremmo dovuto: stakeholder mondiali dell’imprenditoria, sindaci da tutto il mondo, personaggi dello star system… Era possibile pensandoci per tempo e ritenendola una priorità.
Ha fatto così il TFF e il rosso di Sharon Stone lo ha visto il mondo intero; così come il Salone dell’Auto con la Red Bull… Bravi! Ma non ci sono solo le paillettes: Molinette celebra il record italiano dei 10.000 trapianti. Un evento epocale per la medicina nazionale, ma purtroppo sarà solo una celebrazione accademica e poco più. Peccato, perché la sanità di valore può portare a ricadute economiche formidabili. Ce lo ricordano città di media grandezza (come la nostra) – Lione, Cincinnati, Rochester – che hanno scommesso su questo settore ad alta competitività. Ma una nuova Torino internazionale non può lasciare indietro il Piemonte, di cui è capitale.
L’Europa reputazionale ha visto l’affermazione di territori conosciuti, visitati e apprezzati come veri e propri stati: la Provenza, le Fiandre, la Catalogna… Questo è il campionato del Piemonte, dove le eccellenze (tante) vanno individuate, messe a sistema e promosse con investimenti forti e mirati. Ci troveremo tra le mani un antico regno, ricco di bellezza, fulcro della storia di metà Ottocento. Quel regno ha fatto l’Italia e il Risorgimento. E siamo felicemente tornati al punto di partenza: identità, radici e consapevolezza.
La nostra città internazionale la trovate in copertina: James Cameron, come fu l’anno scorso Tim Burton. Averlo da “torinese” (molto torinese, leggetevi la cover…) è una scelta reputazionale, un modo di dire che il mondo è qui. Quel volto – che potrebbe stare sul Time o su The New Yorker – attualizza i paradigmi, irrigando le nostre radici con la voglia di osare che è Torino Magazine.
