Ero appena tornata dall’Asia e non riuscivo a scrivere l’articolo che mi aveva commissionato Tommaso. Non perché non sapessi cosa dire, ma perché avevo la sensazione che qualcuno lo avesse già scritto al posto nostro.
Continuavo a scarabocchiare sulla tovaglietta di carta della trattoria la traccia che mi aveva lasciato: noir/cyber/gastronomico. Tre termini. Nessuna direzione. A volte buttare giù parole a caso mi aiuta a vedere il disegno. Ero seduta in una piola di quelle che resistono per sfinimento, tra via Cavour e il Po. Davanti a me, un piatto di agnolotti. «Se Shanghai è un test comportamentale e Taipei un rifugio forzato, Torino è un bunker estetico». Abbiamo così tanto gusto che abbiamo paura di usarlo per sporcarci le mani con il futuro. Amo Torino, soprattutto quando non ci sono. Fissai il mio bicchiere di Ruchè, “era il secondo o il terzo?”. Il telefono vibrò. Tommaso. «Allora? – disse – L’articolo?».
Tommaso aveva sempre avuto fretta. Non delle scadenze, ma delle trasformazioni. Sospirai. Presi l’ultimo agnolotto. Era perfetto. Una sintesi di identità e disciplina. Se Torino decidesse di essere una metropoli sensoriale invece di un museo del “si è sempre fatto così”, daremmo lezioni anche ai robot di Pudong. Ma scegliere fa paura. Scegliere significa sbagliare.
Pagai il conto e uscii sotto una pioggerellina sottile che rendeva l’asfalto lucido come la salsa dei plin. A casa accesi il laptop e aprii la cartella Asia_Torino_Gusto. Volevo caricare le foto del Taipei 101 e dei mercati di Bangkok per l’articolo. Cliccai sull’ultima cartella scaricata. Backup_Cina_Ultima_Notte.
La foto che apparve l’avevo scattata in un laboratorio sotterraneo di Shanghai, durante un “tour esclusivo del retail hi-tech”. A un certo punto ci avevano fatto anche provare un’auto futuristica. Mi ero seduta dentro, più per educazione che per interesse. Scattavo foto quasi a caso, per sembrare grata dell’opportunità. Poi mi fermai. «Ma cos’è?». Una mano meccanica confezionava vaschette di cibo precotto. Sembrava un video registrato per errore. Allargai lo zoom. L’obiettivo della macchina fotografica era potente abbastanza da rendere leggibile l’etichetta. C’era scritto: Agnolotti del Plin – Selezione Torino Autentica. Sotto, in piccolo: Prodotto e distribuito da Global-Taste Shanghai Corp. Ingredienti: sintesi proteica di soia, aroma naturale “Nonna”, conservante E1921. Data di scadenza: 2056. Sentii un brivido freddo. Non era plagio. Era qualcosa di peggio. Qualcuno stava industrializzando la nostalgia. Mentre noi ci chiedevamo quale visione scegliere per i prossimi trent’anni, Shanghai aveva già scelto la nostra. E l’aveva messa sottovuoto.
Fissai lo schermo finché i pixel non iniziarono a bruciarmi gli occhi. Quegli agnolotti sintetici prodotti a Pudong erano il delitto perfetto: avevano rubato l’anima della mia città e l’avevano sigillata in una vaschetta di polipropilene a prova di apocalisse. Ma c’era un dettaglio che non tornava. In basso a destra nella foto, riflesso sulla scocca cromata della pressa cinese, si vedeva un’ombra familiare. Una sagoma, un trench troppo leggero per l’umidità asiatica e un paio di occhiali da vista che conoscevo fin troppo bene. Tommaso. Il mio “mandatario” era a Shanghai mentre mi scriveva da Torino? Non gli scrissi. Non gli chiesi spiegazioni. Le domande, nel mio mestiere, servono solo a dare tempo a chi mente.
Presi il primo volo per Phu Quoc, in Vietnam. Non cercavo il mare turchese delle cartoline per turisti russi, ma la verità tra le pieghe di un’isola che è diventata il palcoscenico di un esperimento estetico senza precedenti. Se Shanghai è controllo e Bangkok è caos, il Vietnam è metamorfosi pura.
A Phu Quoc hanno costruito una finta Venezia e una finta Amalfi in mezzo alla giungla. È un noir architettonico: facciate pastello che nascondono il nulla, canali di cemento dove l’acqua non scorre. È il trionfo del falso che smette di imitare e comincia a sostituire.
Eppure, tra quelle scenografie di cartapesta, il gusto sopravvive in modo feroce. Il Nuoc Mam — la colatura di alici locale — ha un odore che ti prende alla gola. È ancestrale, violento, onesto. Non puoi sintetizzare il tempo che il pesce impiega a marcire sotto il sale nelle botti di legno. Fu lì che incontrai il vecchio produttore. Non volle essere registrato. Non volle il mio nome. Mi guardò soltanto mentre versava poche gocce di salsa su un piatto di riso. «Voi europei pensate che il gusto sia negli ingredienti – disse – ma il gusto è nei ricordi che il corpo conserva». Lo guardai senza capire. Lui sorrise. «Il futuro non è di chi copia il gusto, cara mia. Il futuro è di chi possiede i recettori». La frase mi rimase addosso come l’odore della salsa di pesce: impossibile da lavare via.
Due giorni dopo ero di nuovo a Torino. Andai dritta all’indirizzo del laboratorio creativo di Tommaso. Entrai senza bussare. Lui era lì, seduto davanti a tre monitor. Sul tavolo, una ciotola di quegli agnolotti di Shanghai fumava piano. «Sono buoni, sai? – disse senza girarsi – Hanno calibrato il sapore della nostalgia». «Li hai venduti tu». Lanciai il passaporto sul tavolo. «Hai venduto il disciplinare. Le ricette. Gli archivi». Tommaso non sembrava colpevole. Sembrava un chirurgo dopo un’amputazione di routine. «Torino stava morendo di eleganza – disse – Io l’ho resa eterna». Indicò la ciotola. «Se il gusto diventa un dato digitale, non può più marcire. È la democrazia del sapore: il Plin per tutti, ovunque, per sempre». Mi porse una forchetta: «Assaggia». La presi. La avvicinai alle labbra. L’odore era perfetto. Burro. Salvia. Pasta sottile. Identico alla piola di via Cavour dove andavo con mio padre. Identico. E fu proprio quello a terrorizzarmi.
Il telefono vibrò. Un messaggio. Prefisso +84. Vietnam. Aprii la foto. Io, seduta nel loft di Tommaso, vista dall’alto. Sotto, un file audio. Lo feci partire. La voce del vecchio produttore: «Il futuro non è di chi copia il gusto. Il futuro è di chi possiede i recettori». Sentii un sapore metallico in bocca. Pensai fosse il burro. Poi pensai fosse la paura. Poi capii che non stavo più distinguendo le due cose. Fu in quel momento che la stanza cominciò a cedere. Tommaso si dissolse in una scia di pixel blu. Il tavolo si sfilacciò. I monitor si piegarono su sé stessi come carta bruciata.
Provai ad alzarmi. Non avevo più un pavimento sotto i piedi. Quando la visione si ricompose ero seduta su una sedia di plastica rossa in mezzo a un mercato notturno di Bangkok. Davanti a me: un piatto vuoto. Accanto: un visore VR ancora caldo. Un cameriere si avvicinò sorridendo. «Com’era l’esperienza Torino Noir? – chiese – Abbiamo aggiunto il modulo Vietnam per dare più profondità al conflitto etico, ma in molti ci dicono che è troppo scollegato dalla storia, lei cosa ne pensa?». Pagai in criptovaluta biometrica. Il cameriere sparì tra i tavoli. Restai seduta qualche minuto. Il sapore della salvia era ancora lì, sulla lingua. Reale. Persistente. Troppo reale per essere solo un ricordo sintetico.
Fu allora che capii. Il vecchio di Phu Quoc non parlava del futuro. Parlava del presente. Non stavano copiando i sapori. Stavano allenando i nostri sensi. Esperienza dopo esperienza, storia dopo storia, stavano addestrando i recettori come si addestra un algoritmo. Non importava più cosa fosse vero. Importava cosa il corpo imparava a riconoscere come vero. Camminai tra i vapori delle cucine di strada. Granchi fritti. Brodi acidi. Peperoncino. Non avevo fame. Ed era quello il vero problema.
In questo nuovo mondo il gusto non serviva più a nutrire. Serviva a programmare. E chi smette di avere fame smette anche di fare domande. In questo nuovo mondo chi non ha fame è già morto. Io lo capii troppo tardi. Quando sentii la salvia tornare, precisa e perfetta, sulla lingua. E capii che ormai il mio corpo sapeva riconoscerla anche quando non esisteva.
