“Ora parliamo noi” è prima di tutto un meme tra i più in voga del momento, un po’ ironico e un po’ tragicomico a dirla tutta, però abbastanza evocativo. Dunque, tutti hanno già parlato di trend gastronomici, food-influencer e cibo… e adesso lo facciamo anche noi. Da una parte per legittima omologazione, dall’altra per dire la nostra su un paio di cose. Quindi sì, ci esponiamo un pochetto, ovviamente senza l’arroganza di donarvi chissà quale verità o rivoluzione copernicana.
C’è del marcio in Danimarca (citiamo il grande Totò), ma c’è anche del buono in tutta questa spadellata di trend e contenuti social a tema food. Proviamo ad analizzare la situazione.
Aspetto positivo del ritrovarsi migliaia di autoproclamati critici gastronomici in giro per la città è che ogni giorno si scopre qualche luogo che magari, senza tutti questi interessati, rimarrebbe escluso dalla comunicazione. In più, per quanto a volte decisamente superficiali o perfino sbagliati, non è male avere una moltitudine di punti di vista diversi, rispetto ai monopoli d’opinione che in certi anni ci hanno circondato (e stufato). Senza dimenticare che, per quanto un filo basici, questi divulgatori rappresentano abbastanza bene una larga fetta di pubblico altrimenti estromesso dall’elitario mondo della critica.
Dunque, questo variegatissimo mondo social-food è sinonimo di meritocrazia comunicativa? Assolutamente no. Non a caso, tra i “problemi” che trend e influencer si portano dietro c’è proprio quello dell’autorevolezza. Nel senso: van bene le opinioni, ma per esporre giudizi rilevanti servirebbero competenze rilevanti. In breve: mia zia è una persona stupenda e spontanea, ma non le affiderei né la Guida Michelin né altre attività che evidentemente non le appartengono. Altro tema: siamo sicuri che l’elevato numero di esploratori gastronomici garantisca un’effettiva e profonda esplorazione dell’ecosistema cittadino? Anche qui i dubbi sono parecchi: spesso i trend si autoalimentano, generando una spirale in cui “non puoi non aver parlato di quel posto”, e in questo sistema avvitato su sé stesso l’esplorazione alla fine, e nella pratica, arranca.
Dunque, tante prospettive diverse possono essere un valore teorico aggiunto, ma possono anche perdere parecchi punti in termini di autorevolezza; allo stesso tempo avere tantissimi esploratori gourmet in giro dà l’illusione di una scoperta profonda, che può però rivelarsi un po’ superficiale dato che i cacciatori di trend rischiano di seguire solo e solamente quelli.
Riassumendo: come al solito gli aspetti sono sia positivi che negativi, dipende da come vengono utilizzati gli strumenti. Resta comunque la sensazione che la comunicazione social riguardante il food abbia un po’ slavinato e si siano perse nel tempo grandi occasioni.
In tutto questo Torino come si comporta? Torino ha, dal nostro punto di vista, anticorpi gastronomici ben strutturati. Un amico e imprenditore food milanese diceva: «Se funzioni a Torino, funzioni praticamente ovunque».
Certo, anche la nostra città è ed è stata “vittima” dei trend, ma tendenzialmente a Torino se un’attività di ristorazione non lavora bene, non dura molto. Abbiamo gli smashburger: ma i torinesi stanno capendo quali valgono e quali no. Abbiamo gli izakaya, tutti molto catchy: ma stiamo identificando quelli che meritano davvero. Per ora non abbiamo space burger, abbiamo avuto relativo giro di matcha e in generale poche mode gastronomiche esclusivamente passeggere; perfino le poke sono state rapidamente ridimensionate. E infatti, quando gli influencer vengono da fuori, solitamente cercano l’identità gastronomica torinese originale, tra plin, vitelli tonnati e piole; perché Torino dà l’impressione di respirare anime food autentiche e non modaiole, con radici ben stabili nel terreno e non nelle campagne marketing.
Non a caso i food-influencer più “seri” non solo si trovano bene a Torino, ma anzi spesso si innamorano della città e del modo (serio) in cui tratta il proprio mondo enogastronomico. Forse è solo che i torinesi, come sosteneva Baricco, prendono molto poco seriamente sé stessi e molto seriamente ciò che fanno; insomma, possiamo pure inseguire ogni tanto qualche trend, ma dandogli il giusto peso. Ecco, Torino ha un bel rapporto con il proprio ecosistema food; certo, si può sempre migliorare (anzi dobbiamo!), però si può anche essere consapevolmente soddisfatti e lavorare di conseguenza.
