Il relativismo dei sofisti trovò immediata, quasi contemporanea (V/IV secolo a.C.), confutazione nel metodo di Aristotele, che partiva dall’affermazione del principio di non contraddizione: se una cosa è vera, non può essere falsa. Su questa affermazione si basa tutta la logica cosiddetta aristotelica, da cui derivano direttamente le note proprietà riflessiva, commutativa e transitiva dell’uguaglianza: A=A; se A=B allora B=A; se A=B e B=C, allora A=C. Da questo assioma deriva anche l’omonimo sillogismo, tesi, antitesi e sintesi, alla base di ogni inconfutabile dimostrazione.
Ventidue secoli dopo, la logica aristotelica si evolve in logica matematica grazie al lavoro di George Boole: con l’avvento dell’algebra booleana nulla fu come prima e il mondo iniziò un velocissimo sviluppo tecnologico mai sperimentato prima, partendo dai primi circuiti elettronici per arrivare ai moderni computer quantici. È indubbiamente affascinante pensare che tutto ciò che oggi fa parte ormai della nostra quotidianità, dalla TV allo smartphone, dalla computer grafica all’intelligenza artificiale, sia eredità di Boole e, ancor prima, di Aristotele.
Potenza della matematica: riuscire a raffigurare con simboli e formule tutto quanto avviene in natura, dal movimento degli astri nel cielo allo sviluppo cellulare di un essere vivente. I vecchi cartoni animati ottenuti per rapida successione di disegni, oggi si ottengono con “semplici” operazioni matematiche. Tutto si ottiene attraverso operazioni semplici (addizioni e moltiplicazioni matriciali) tra numeri rappresentati da una sequenza di “1” e “0”. All’inizio, con Boole, “1” e “0” significavano “vero” e “falso”: oggi, con i supercomputer, con “1” e “0” si rappresenta la realtà. Ma se ne può costruire anche una totalmente falsa, che però sembra vera, verosimile quindi.
Tutti abbiamo avuto almeno un avatar
Insomma, possiamo affermare di vivere in un paradosso: partendo dalla logica aristotelica, frutto dell’osservazione della realtà, l’evoluzione tecnologica ha prodotto un generatore di infinite realtà che sembrano dar ragione proprio a quei sofisti che Aristotele voleva contrastare.
Dall’osservazione dell’Universo, in sintesi, siamo giunti al metaverso, alla realizzazione di tanti mondi digitali. In questa moltiplicazione di realtà, è data anche al singolo individuo la facoltà di popolare mondi paralleli con il proprio alter ego, e per indicare questo “verosimile” digitale si è scomodato l’induismo, riprendendo il termine con cui ci si riferiva alle incarnazioni del dio Visnù: avatar.
Tutti abbiamo avuto almeno un avatar: quando abbiamo giocato al Gioco dell’Oca o al Monopoli, ci identificavamo con il nostro segnaposto, il nostro avatar, appunto. Oggi, sui nostri profili social, quando non con una foto, ci rappresentiamo con un disegnino più o meno somigliante, il nostro, di nuovo, avatar. Vorrei per un attimo ricordare, per primo a me stesso, che dove c’è un avatar non c’è realtà, ma solo verosimiglianza, similitudine, equivalenza. E l’equivalenza non soddisfa la proprietà transitiva dell’uguaglianza: se A è equivalente a B, e B è equivalente a C, non è detto che A sia equivalente a C, anche se ci sarà sempre qualcuno che, con la sua dialettica da novello sofista, vorrà convincerci del contrario.
Altro che linea retta: il progresso sembra il compimento dei corsi e ricorsi della Scienza Nuova teorizzata da Giambattista Vico nel XVIII secolo, secondo cui le società sorgono e cadono seguendo cicli storici che si alternano ininterrotti da sempre.
