È bello trovarsi a festeggiare insieme quando si raggiunge un traguardo. Non solo per il fatto in sé del festeggiamento, ma perché fa pensare in modo positivo al tempo che è trascorso e al viaggio che è passato. Noi abbiamo iniziato a parlare di Kensho quando lo abbiamo conosciuto, e ancora oggi ne parliamo, specie se dobbiamo suggerire un ottimo ristorante in città. Cos’è Kensho? Ad oggi probabilmente il migliore ristorante giapponese di Torino, e venerdì 28 febbraio ha festeggiato i suoi primi 10 anni di attività, con un bell’aperitivo (ovviamente a tinte giapponesi) in via dei Mercanti 16. Dieci anni sono un risultato importante, soprattutto per un ristorante, soprattutto se d’alta gamma e con un’identità forte.
Ripercorriamo, con l’occasione di questo anniversario, una sorta di cronistoria di Kensho e dei suoi cambiamenti, senza dilungarci troppo, ma analizzandone gli highlights.

Il primo Kensho, per come lo ricordiamo noi, era tendenzialmente una novità per Torino, avevamo già visto ristoranti giapponesi “aspirazionali” in città, ma mai nessuno con la qualità e la voglia d’essere grandi di Kensho, fin dal giorno zero.
Max Chiesa, titolare di Kensho, ha sempre evidenziato fortemente le evoluzioni del proprio ristorante, sicuramente non rinnegando il passato, ma sottolineando i grossi miglioramenti. E bisogna ammetterlo, ce ne sono stati parecchi. Il primo Kensho era sì un ristorante giapponese incredibile, sorprendente rispetto all’ecosistema torinese, ma ancora distante da come è poi cresciuto.

Il passaggio, forse determinante, per Kensho è corrisposto con un cambio di paradigma tanto coraggioso quanto efficacie (specie sul lungo periodo): mettere al centro il brand e non uno chef. E quindi Kensho come sinonimo di eccellenza, ricerca, cultura, materia prima… a prescindere da chi poi si sarebbe messo a dare forma pratica a tutto ciò. In questo modo, probabilmente con non poche difficoltà, Kensho è paradossalmente diventato un riferimento ancora più di prima, speciale perché unico, duraturo perché non vincolato a nessuno al di fuori di sé stesso. Kensho non vuole la stella, ma il calore della sua clientela affezionata, per intenderci quella che ha invitato al proprio decennale. Niente stampa (a parte qualche amico), ma solo voglia di ringraziare chi ha reso possibile questa storia scegliendo tante volte di sedersi a questi tavoli.
Nella parabola di Kensho, oltre a una bravura oggettiva e mai abdicata, c’è uno spirito in direzione ostinata e contraria, una propensione all’accoglienza indiscriminata che è decisamente orientale. E forse questo è un altro segreto di Kensho: non sbandiera la sua identità con tanti proclami, ma con i fatti, a tavola. E a tavola oggi Kensho è sartorialità pura, con i menu degustazione scelti insieme ai clienti e in base a gusti e/o desideri. Ecco, rispetto a dieci anni fa, mangiare qui non è più “solo” una bella esperienza, ma un viaggio, un’esplorazione, una coccola che non è facile trovare altrove. La provocazione quindi sorge spontanea: archiviati questi dieci anni, cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi dieci? Se dobbiamo proprio scommettere, puntiamo sui soliti fuochi d’artificio.
