Torino, Speciale 2023
Nel 1945 erede dell’azienda creata dal nonno Giovanni; dal 1959 presidente dell’IFI, cassaforte di famiglia; dal 1963 amministratore delegato della FIAT; dal 1966 presidente del gruppo e protagonista indiscusso di tutte le grandi scelte industriali ed economiche del Paese. Per oltre mezzo secolo Gianni Agnelli è stato l’imprenditore più importante d’Italia. Ma per noi, per Torino, è stato molto di più: l’Avvocato è stato il “re”. Nelle fasi di successo e in quelle di crisi, la sua biografia e la storia della città coincidono: alla fine degli anni Quaranta i contatti suoi e di Vittorio Valletta con il mondo americano garantiscono alla FIAT una parte consistente degli aiuti del Piano Marshall e permettono il decollo del settore metalmeccanico. I due decenni successivi vedono le trasformazioni convulse del boom economico, con i chiaroscuri del benessere intrecciato al disagio sociale.
Per oltre mezzo secolo Gianni Agnelli è stato l’imprenditore più importante d’Italia
Torino diventa per tutti “la città della FIAT”: 90mila dipendenti a Mirafiori, l’immigrazione massiccia dalle regioni del Mezzogiorno, le periferie e l’area metropolitana che si riempiono di condomini, i contrasti e le difficoltà del sovraffollamento, ma anche le “500” e le “600”, simbolo di modernità e di promozione sociale. La città vive ai ritmi della fabbrica, con il modello fordista di produzione che si trasferisce dalle linee di montaggio ai quartieri. Ci sono i consigli comunali e i sindaci, i parlamentari, l’Università, i teatri, ma Torino è soprattutto Gianni Agnelli: sua la fabbrica, l’indotto, La Stampa, la Juventus: sua la longa manus nel sistema distributivo, nell’attività edilizia, nei trasporti; sua la guida degli imprenditori nelle relazioni sindacali. L’autunno caldo del 1969 dà inizio alla stagione infuocata degli anni Settanta: in un’atmosfera di contrapposizioni esasperate, Agnelli diventa il simbolo del “padrone”, che le velleità dell’ideologismo rivoluzionario vogliono abbattere per sovvertire la società. Cortei, picchetti ai cancelli, assemblee, per qualcuno la deriva del terrorismo. Ma intanto l’Avvocato sta cambiando la fabbrica: le innovazioni tecnologiche trasformano il sistema produttivo, la robotizzazione delle linee esautora le tute blu, alla grande concentrazione di lavoratori succede una progressiva delocalizzazione. La marcia dei quarantamila del 14 ottobre 1980 chiude un’epoca per inaugurarne una nuova: vale per la FIAT, vale per Torino. Negli ultimi vent’anni del secolo la città della cultura monoindustriale cambia pelle: il mercato impone orizzonti globali e colossi multinazionali, Agnelli apre ad accordi con la General Motors, parte della produzione si sposta in aree dove il costo del lavoro è più basso, i 90mila di Mirafiori si riducono di anno in anno. È la storia del mondo postindustriale, che impone a tutti (anche alla città) di reinventarsi e Torino lo fa al meglio, sfruttando l’occasione delle Olimpiadi del 2006. Morto nel 2003, l’Avvocato non avrà modo di partecipare al processo, anche se lo ha avviato: l’assegnazione delle Olimpiadi invernali a Torino (anziché alla svizzera Sion) deve tanto alla sua influenza.
