Torino, Speciale 2023
Sul rapporto tra la fotografia e il tempo sarebbe inutile soffermarsi ribadendo il ruolo preminente della prima come testimone fondamentale del passaggio degli uomini e delle epoche, principale conservatrice e creatrice della memoria: ogni fotoreporter può essere considerato il vero angelo custode del passato recente, il più accanito nemico dell’oblio e della dispersione di fatti, luoghi, volti, avvenimenti. Congelare le tracce significative del passaggio dell’uomo vuol dire molto spesso soffermarsi su ciò che dalla notizia può trasformarsi nel simbolo di un arco storico riferendosi ad azioni specifiche, colte, secondo lo stile e il talento del fotografo, nel momento del loro compiersi: il potere inventivo di ogni reporter sta, infatti, non solo nello scegliere “cosa” fotografare, ma anche nel compiere le decisioni più efficaci per comunicare il senso di quanto vede.
A ogni suo soggetto, ricordiamo ancora, Paola Agosti sottoponeva una domanda, sempre uguale
La distanza, la prospettiva, l’obiettivo, il formato, il tipo di pellicola, il taglio, allora, diventano le vere pennellate che ogni fotografo può compiere di fronte al pezzo di mondo che si propone di immortalare, ciò che determinerà l’esito comunicativo e formale delle proprie immagini. Si diceva, quindi, che dare testimonianza dei fatti dell’umanità significa, in fotografia, mostrarli: restituire le azioni più salienti e decisive. A questo proposito può valere la pena, però, ricordare anche una definizione data alla fotografa torinese Paola Agosti – ancora troppo poco nota nonostante la lunga carriera e le molte mostre a lei dedicate – dal critico fotografico Diego Mormorio, che usò infatti questa espressione: “ritrattista reporter”. Agosti è stata, dagli anni Sessanta a oggi, una delle maggiori testimoni di molto mondo tra cui, ovviamente, anche quello piemontese, dalle manifestazioni operaie e femministe nelle piazze di Torino a quel “mondo dei vinti” dei contadini del cuneese, realtà così spesso tralasciata da penne e obiettivi. Gran parte della sua carriera, però, è stata dedicata anche al tema del ritratto: un genere per nulla in contrasto con quello del reportage diretto – esistente solo se ti presenti con la macchina fotografica al collo sulla scena dei fatti – ma anzi suo diretto e naturale prolungamento. La fotografa, per il libro Mi pare un secolo, immortalò più di un centinaio dei personaggi più influenti del Novecento, densi e perfetti, nelle loro case avvolti unicamente dalla luce ambiente: da Jorge Luis Borges a Rita Levi Montalcini, da Emil Cioran al protagonista di questo numero, l’Avvocato Gianni Agnelli. Anche questi ritratti, allora, possono diventare i rappresentanti di un tempo visto attraverso i volti di chi lo ha abitato, vissuto, a volte scritto, altre condizionato. Il ritratto può così essere l’altro modo per segnare la traccia, per racchiudere e sintetizzare in occhi, rughe e labbra tutte le azioni, ogni avvenimento di quel tempo che, a sua volta, diventa l’artefice che delinea con dita infinite le espressioni che ne porteranno inciso il significato, la somma di ogni azione e ogni volto che, nel loro intrecciarsi, possono suggerire il suo inesausto e complesso aggrovigliarsi, il suo svolgersi perenne. A ogni suo soggetto, ricordiamo ancora, Paola Agosti sottoponeva una domanda, sempre uguale, su quale immagine potesse rappresentare al meglio il proprio tempo, il Ventesimo secolo. Senza saperlo, forse la risposta si trovava nascosta nel mosaico che tutti quei ritratti e altri ancora componevano, nell’insieme di ogni azione intravisto appena in uno sguardo solo.
