L’altro giorno ero in una classe di scuola superiore per un corso. Alcuni ragazzi mi hanno chiesto come poter fotografare i brutti panini del bar della scuola per poter caricare le immagini su una certa applicazione. La risposta è stata semplice: nell’unico modo possibile, ovvero dal miglior lato possibile. Questo vuol dire, in soldoni, dire una grossa bugia a chi ordinerà quei panini: perché sembreranno belli, pieni e grandi, mentre la verità è che sono tutto l’opposto. Succede spesso anche a me: ti ritrovi a fotografare piatti che hanno tutta l’aria di voler dire più guardami che mangiami. Meno che mai assaporami.
La fotografia impone una distanza, innanzitutto. Dice infatti: questa cosa ora puoi guardarla soltanto da qui. E impone un unico senso per valutare ciò che si ha di fronte, e cioè la vista
Chissà che sapore, quei gamberi, che visioni
Già partendo da questi due elementi dovrebbe sorgere un certo scetticismo di fronte a qualunque immagine ci proponga un piatto culinario, che necessita invece di più sensi per essere valutato e di una vicinanza assai prossima, necessariamente fisica, per essere percepito appieno.
È curioso accorgersi di quanto spesso cadiamo nell’inganno che il fotografo di still life torinese Giorgio Cravero ha raccontato nel progetto Colors, che gli valse, nel 2016, il prestigioso premio Hasselblad Master Award: quante volte, dal fruttivendolo, chiediamo che ci vengano date frutta e verdura belle, anziché buone? Per questo motivo gli ortaggi di Cravero si vedono colti nel momento in cui la loro veste cromatica inizia, letteralmente, a colare via, lasciando visibile una pelle in bianco e nero, e rivelando così l’essenza artificiosa della loro riproduzione fotografica.
L’immagine resta un’immagine, il colore non nasconde altro se non strati di pixel, e nessuna vera polpa. Il cibo, come è facile comprendere, non è l’esperienza visiva che produce, ma dà vita a un fenomeno estetico molto più ampio e complesso.
Ricordo una scena bellissima del film Io sono l’amore di Luca Guadagnino (2009), interpretata dalla protagonista Tilda Swinton: seduta al tavolo di un ristorante con un piatto di gamberi davanti a sé, dopo la prima forchettata inizia visibilmente a estasiarsi, isolandosi da tutto il resto, col sorriso sulle labbra e gli occhi chiusi. Chissà che sapore, quei gamberi, che visioni.
Ecco: è bello quando l’immagine riesce ad arrivare a raccontare l’estasi culinaria, senza provare per forza a venderla come prodotto di consumo, quando insegna a riconoscere dalla superficie la qualità di un alimento.
Attenzione, bello può voler dire anche buono, nel mondo alimentare: quando mia nonna compra delle zucchine che le sembrano “belle”, è perché ha riconosciuto visivamente alcuni dettagli che le hanno fatto capire l’effettiva qualità del vegetale. Siamo noi – tutta l’epoca dei media e della pubblicità onnivora, per restare in tema – ad aver scisso i due aggettivi facendoli viaggiare su binari diversi. La finalità del bello è, ora, lo stupore momentaneo del consumatore, come ben sappiamo, e non sicuramente raccontarci lo stato di maturità delle zucchine, mentre il buono resta molto spesso una sorpresa nel momento in cui ci arriva il piatto.
Nell’inversione di utilizzo della merce più diffusa attualmente che ci vede quotidiani divoratori di immagini e contemplatori di cibo, potremmo ragionare su come stimolare il mondo alimentare e della ristorazione ad assumersi il rischio di tentare una narrazione visiva più ardita, differente. Insegnare e non solo vendere, estasiare e non mentire, per esempio.
