No, non è impossibile lavorare con la fotografia. È solo cambiato drasticamente, negli anni, il mondo collegato alle sue applicazioni professionali, oltre alla tecnologia e alle competenze richieste, e tuttora sta cambiando molto velocemente.
C’è stato un tempo in cui gli ottici erano anche fotografi e davano a loro volta da lavorare ad altri professionisti, c’è stato un tempo in cui si facevano sessanta matrimoni all’anno, in cui le aziende pagavano tanto e bene le proprie campagne pubblicitarie, che richiedevano un concorso di forze notevole dal punto di vista creativo e tecnico, e c’è stato un tempo in cui i fotoreporter erano richiesti dai giornali e le agenzie prosperavano. Mai senza fatica, o senza momenti di flessione, ma la soddisfazione c’era, eccome: il lavoro è il terreno su cui per molti versi ci si realizza come persone oltre che come professionisti, ed è giusto cercare un certo appagamento dal proprio lavoro per avere sempre la stessa motivazione e continuare a migliorare e crescere.
Vige una certa anarchia, nonché una mirabile confusione
Oggi molte cose sono cambiate: i fotografi nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta sono tutti d’accordo nel dichiarare la semplice verità che “prima” (fino agli anni Duemila, più o meno) c’era non solo più lavoro, ma si guadagnava ben di più. E i clienti esigevano, erano pronti a pagare quel che occorreva per dare un tocco in più. C’era creatività, che richiede sempre libertà e qualcuno che sappia apprezzarla. Fare il fotografo non solo era possibile, ma era anche bello.
Oggi, crisi economica e sovrabbondanza di fotografi, nessuna regolamentazione dei listini prezzi e l’introduzione dell’intelligenza artificiale hanno, col tempo, frenato molto il meccanismo. A chi pensa che l’intelligenza artificiale abbia il ruolo maggiore nell’attuale e futura riduzione di mercato per i fotografi professionisti, dico che in parte è vero, ma l’argomento è molto più complesso. L’intelligenza artificiale si inserisce in un contesto di semplificazione di processi che fino a ieri non solo erano lunghi, ma anche molto costosi, ed è quindi più giusto considerarla a tutti gli effetti un potenziale strumento di lavoro e non per forza un suo ostacolo.
Il problema alla base (non ce n’è mai soltanto uno, naturalmente) mi viene da dire che possa essere in buona parte la perdita generalizzata di cultura dell’immagine, e dunque di gusto. Se ho un’identità precisa (io persona, io azienda) sarò disposta a pagare il giusto prezzo per essere rappresentata dall’immagine perfetta. Vorrò il meglio. Ecco: il cerchio è così che funziona, quando tutti i punti allineati poi arrivano a toccarsi e il lavoro funziona per concorrere davvero al meglio possibile, lo sforzo verrà ricompensato, e si potrà andare avanti a immaginare altre visioni perfette.
Può sembrare un discorso fin troppo umanistico e poco pratico, ma anche l’economia si basa sulle emozioni e le menti delle persone, e quindi credo sia corretto guardare in questa direzione.
Non so neanche se esistano dei corsi nelle accademie fotografiche per formare gli studenti dal punto di vista pratico: che prezzi fare, come impostare un preventivo, entro quali tariffe si può restare senza essere eccessivi o sottopagati, e dunque vige una certa anarchia, nonché una mirabile confusione sia tra i fotografi, com’è evidente, sia tra i clienti, che non hanno alcun riferimento.
Il guaio è serio, perché nessuno farà mai il prezzo giusto e nessuno sarà mai contento davvero. E se quando si lavora essere contenti dovrebbe essere la regola, allora si lavori perché non resti un’eccezione.
