Fermo restando che fotografia e cinema sono arti differenti, che seguono regole e linguaggi diversi, è anche vero che spesso si sente parlare della fotografia legata al cinema. Come se avesse uno spazio proprio nel grande insieme del meccanismo cinematografico. Con che ruolo? Il direttore della fotografia, noto anche come DOP, ha il compito di illuminare le scene e le inquadrature scelte dal regista: crea l’atmosfera cromatica, chiaroscurale, luministica di ciò che vediamo sullo schermo. Il direttore della fotografia non è un fotografo, è bene ricordarlo: è semmai l’autore dell’impatto visivo del film, di quello che ci rimarrà negli occhi dopo i titoli di coda.
Questo numero è dedicato a James Cameron, omaggiato nella grande mostra The Art of James Cameron al Museo del Cinema. Aliens, Terminator, Titanic, Avatar sono alcuni dei titoli più noti della storia del cinema, che hanno portato Cameron al secondo posto dei registi col maggior incasso della storia. Ma chi illumina i cult firmati da Cameron?
A differenza di altri grandi registi, che si affidano bene o male sempre allo stesso direttore della fotografia per sinergia e condivisione di stile, Cameron ne ha cambiati parecchi. Addirittura, per il suo primo cortometraggio (Xenogenesis), è diventato DOP per se stesso.
Qual è la luce giusta per una realtà che conosciamo soltanto attraverso l’immaginazione?
Ecco alcuni nomi dei maestri della luce che hanno dato vita e confezionato l’immaginario visivo di Cameron: Adam Greenberg (Terminator), Adrian Biddle (Aliens), Mikael Salomon (The Abyss), Mauro Fiore (Avatar).
Per la sua ultima fatica, Avatar – La via dell’acqua, secondo capitolo della saga fantascientifica dedicata alla comunità aliena con cui ricercatori umani cercano di connettersi e intrattenere un dialogo che dalla conquista coloniale passa gradualmente a quello di fiducia reciproca, James Cameron sceglie Russell Carpenter, già DOP dell’altro enorme successo del regista, Titanic. Un passaggio notevole: dal racconto storico a quello fantascientifico, dal dramma romantico all’avventura e allo scontro armato su un pianeta sconosciuto.
Ma di fronte alle prodezze dei due Avatar, avrei due domande: come si fa ad illuminare un mondo che non esiste o che, perlomeno, non abbiamo mai visto? Qual è la luce giusta per una realtà che conosciamo soltanto attraverso l’immaginazione?
In questo senso il dialogo tra il regista e il direttore della fotografia si fa prepotentemente delicato, in bilico sulla fantasia di entrambi, sull’abilità di comunicare l’un l’altro ciò che hanno visto solo in sogno, nelle loro più ardite apparizioni mentali. Eppure anche questo procedimento è soggetto al ragionamento tecnico: quando Russell Carpenter parla della realizzazione del secondo capitolo di Avatar, il suo primo riferimento è alla cinepresa che ha scelto di usare (per i curiosi: una Sony Venice).
Che i pixel siano la sostanza dei sogni, e la cinepresa la scatola in cui possono avverarsi? Credo che per molti, appassionati di cinema compresi, sia così, fin da quando i pixel erano piccoli puntini d’argento sulla pellicola di celluloide.
Rimane comunque aperto l’enigma su come Carpenter, e prima di lui Fiore, sia riuscito a captare nella mente di Cameron il clima, i colori, le ombre del pianeta ignoto chiamato Pandora.
Come la luce possa dare forma al mai visto, alla realtà intoccabile dell’immaginario.
