Torino, Estate 2023
Premessa necessaria, e mi scuso per l’eccesso di personalizzazioni. Paolo, Pietro e Giorgio, i miei tre primi nipoti maschi ovviamente granata avevano bene operato perché io bene capissi, ma non li ho assecondati abbastanza. Le quattro nipoti (Clara avvocatessa con laurea italo-francese, Cecilia con speciale laurea di studi internazionali perfezionata in Ruanda, Camilla prossima ad entrare in una università altamente specializzata, Anna di nove anni impegnata a recitarmi poesie e smistarmi barzellette – la sua più recente: «Io scavo, tu scavi, egli scava, noi scaviamo, voi scavate, essi scavano: non è molto divertente ma è molto profonda»), le quattro nipoti dicevo non sono mai state da me avvolte in nubi di spray granata, e in fondo ho nonnescamente peccato, trattandole ora da future manager sociali, ora da vispeterese. Per fortuna il quarto nipote Matteo mi ha chiarito tutto, anche per conto degli altri tre, sentimentalmente ultras come lui (fra l’altro provvisti essi pure di lauree assortite, così che in famiglia – figlie una medico l’altra violinista, figlio giornalista, mamma linguista – alla fin fine l’unico non laureato sarò io). Matteo fratello di Anna ha dodici anni, gioca a tennis, dicono benino, e a calcio, dicono “beh insomma”. A scuola è bravissimo, sempre intento a cercare di imparare tanto. Qualche tempo fa mi sono scoperto preoccupato per lui.
Sì, è stato proprio Matteo a estrarmi dalle preoccupazioni che mi avevano mezzo sommerso il cuore e mezza ammaccata l’anima
La Juventus vinceva e vinceva, il suo presidente voleva addirittura una Superlega per soli club potenti e possenti e unti da qualche dio maggiore, altro che Champions League, il Toro annaspava. Mi veniva facile indovinare tanti tristi, duri lunedì del ritorno del pupo a scuola, dopo domeniche allora pienotte di calcio pomeridiano (sì, quando la parola “qatar” era solo la versione in piemontese del catarro oppure, da verbo, l’atto del comprare), in una classe dove la maggioranza bianconera era pronta a rovesciargli addosso sarcasmi, cifre pesanti, allori sempre mancati dai suoi cocchi beli. Due miei timori specifici: che, magari per non darmi un dispiacere, Matteo continuasse a glorificare il Toro, dentro di sé ma anche nel resto del suo mondo, subendo sempre più una condizione di dura inferiorità psicologica, o che addirittura mi accusasse di avergli fornito false informazioni sul calcio, spingendolo verso un tifo assurdo, sciupato, lacrimevole, stradatato Superga 1949. Sbagliavo eccome, mi ha spiegato tutto lui, di recente. Sì, è stato proprio Matteo a estrarmi dalle preoccupazioni che mi avevano mezzo sommerso il cuore e mezza ammaccata l’anima. Mi ha detto: «Ma cosa c’entra il nostro Toro con questo calcio, dove sono tutti milionari viziati, dove le partite sono tutte eguali, noiose, dove gli ultras sono brutti e cattivi? Il nostro Toro è un’altra cosa, mi hai portato a Superga e l’ho capito, quando vogliono farmi del male prendendomi in giro penso a Superga, a te che quel triste giorno avevi poco più della mia età di adesso». Proprio così mi ha detto, parla bene, sa pure giocare con le parole, suo lo striscione ottimista da curva “Abbiamo Ma-Radonjic”. Il nostro Toro, ecco. Matteo mi ha trasmesso tutto e anche di più. Avrei voluto baciarlo forte e dirgli che comunque in questi ultimi tempi la Juve con le sue minusvalenti avventuracce giudiziarie ha aiutato ad amare il calcio “altro”, quello povero e magro, ma temetti, credo proprio a ragione, che allora si sarebbe arrabbiato davvero: il Toro è un’altra cosa, niente e nessuno da ringraziare, il Toro diventerà più “altro” ancora quando – prossimamente, qui – troppo calcio sarà diventato definitivamente brutto, sporco e cattivo.
