Torino, Inverno 2024 – 2025
Io, tifoso del Toro da sempre, cioè secondo misurazioni di tipo umanoide da 90 anni, avendo cominciato di certo quando ancora stavo nel grembo di mamma, onde raggiungere presto la più alta densità sentimentale, ringrazio l’accolita di presunti calciatori granata beneamati per come costoro NON hanno giocato, praticando un qualcosa di assai diverso dal vero football, il derby della lontana e vicina sera del 9 novembre 2024, Juventus-Torino 2 a 0.
Trattasi di match che per me ha assunto ulteriore importanza sentimentale anche rispetto a confronti con la stessa denominazione di disfida stracittadina, match valido per una considerazione che non scade col tempo, anzi. Lo tratto cioè come materiale sempre attuale, rassodato e però misteriosamente magmatico, ribollente nel mio cuore e nel mio cervello, il che, per un quasi novantenne, significa impegno altissimo di sentimenti residui ed anche di risorse fisiche residue, con fascino assoluto e pericolo mortale.
Io sono diventato più ricco perché si è impreziosito il ricordo, vivo dentro di me, del Grande Torino
Parimenti (se questo avverbio ha possibilità di vita e dunque di uso, trattandosi di due entità, Toro e Juve, che più diverse non potrebbero essere, pur vivendo una sorta di matrice storica simile) ringrazio la Juventus che con il suo operato efficiente, e pazienza se per me doloroso e sinanco odioso, ha concorso alla formulazione e al rafforzamento del mio ringraziamento di cui sopra.
Ci siamo: voglio dire che di colpo mi sono arricchito come un Elon Musk qualsiasi, anzi, come un superelonmusk quando le azioni a cui sono intestate le sue attività crescono di valore a colpi, a balzi, di miliardi di dollari. Io sono diventato più ricco perché si è impreziosito il ricordo, vivo dentro di me, del Grande Torino, di come e quanto la Juventus lo temeva, lo subiva spesso nei punteggi dolorosi, lo avvertiva importante, concorrenziale nonostante essa fosse la Fiat, cioè la città nuova e densa e ricca e variegata sintetizzata nella famiglia juventina di comando.
Era dal 4 maggio 1949, ultima epifania umana degli Invincibili nelle fiamme di Superga, che non mi sentivo così superelonmuskaticamente ricco. In chiave diciamo azionaria/sentimentale mi ero sì arricchito quella sera del 1976 in cui il Torino rivinceva infine lo scudetto, primo e unico del dopo-Superga, ma erano briciole di valuta pregiata rispetto all’altra sera. Per non dire poi di quell’unico derby sin qui vinto dalla gestione presidenziale di Urbano Cairo, uno solo su 24: come bere un’acqua minerale analcolica all’Oktoberfest di Monaco di Baviera.
Dunque più grande Grande Torino dall’altra sera, più mio patrimonio, più sensazione di diversità incolmabile. Più merito mio a non essere tifosisticamente impazzito e giornalisticamente fallito, come è un giornalista che nel lavoro non sappia non essere imparziale. Io lo fui, perfettissimamente lo fui, mai nascosi il mio tifo, ma mai lo spalmai sul giornale (Tuttosport) di cui divenni persino direttore, o su quello per cui (La Stampa) la proprietà juventina nel senso di Fiat mai mi imputò una sillaba tifoidea scritta deviata o deviante.
All’insegna della sua perdurante attualità e per sino crescente importanza scrivo dunque del l’ultimo derby. E devo obiettivamente, logicamente ringraziare il presidente granata Urbano Cairo, primatista di durata nella carica (dal 2005), per la sua politica economica contenuta, senza ricerca passionale ma folle, di una nuova grandezza che avrebbe in me scalfito, non importa se di un atomo solo, il Grande Torino.
